Scrittori arabo-israeliani banditi dal festival Unesco a Beirut

Non è soltanto perché Beirut quest’anno è “capitale mondiale del libro” designata dall’Unesco, l’organizzazione dell’Onu per l’educazione, la scienza e la cultura. L’agenzia onusiana che nei mesi scorsi era stata al centro delle polemiche per la candidatura fallita del ministro egiziano Farouk Hosni finora è rimasta in silenzio sulla messa al bando di due scrittori arabo-israeliani, Ala Hlehel e Adania Shibli, da un festival sotto l’egida della stessa Unesco. Due autori arabi la cui “colpa” era soltanto quello di viaggiare con passaporto israeliano, quindi invisi alla diplomazia di tutto il medio oriente, ma soprattutto scaricati anche da quell’agenzia Onu che avrebbe dovuto difenderne il diritto a ritirare un premio letterario nella capitale libanese. Si spera ancora in un ribaltamento della decisione. Se il permesso di ritirare il riconoscimento arrivasse in extremis da parte del Libano e su pressione dell’Unesco, sarebbe la prima volta che dal 1948, l’anno della prima guerra arabo-israeliana, uno scrittore israeliano mette piede in Libano per un evento simile.

 Alcuni mesi fa sempre a Beirut l’organizzazione islamica terrorista Hezbollah, al governo a Beirut con undici ministri e 128 deputati, ha impedito che il diario di Anne Frank venisse letto dagli studenti musulmani. Il movimento islamico si è rivolto alle autorità giudiziarie libanesi perché fossero perseguiti e condannati tutti coloro che diffondono il libro nel paese. Da giovedì a domenica si terrà a Beirut il festival dedicato alla letteratura araba contemporanea e che vedrà la partecipazione di giovani scrittori arabi. Sponsorizzato dal Festival di Hay, dal British Council e dall’Unesco, il Beirut39 si presenta come un’occasione per scoprire la letteratura araba contemporanea, attraverso le voci di giovani scrittori che rappresentano il futuro in questo campo. La nota stonata però è stato proprio il divieto per due scrittori palestinesi con cittadinanza israeliana di prendere parte al festival in quanto impossibilitati ad entrare in Libano perché “israeliani”. Come noto, il Libano vieta l’ingresso nel paese ai cittadini dello stato ebraico, così come Israele non permette ai suoi cittadini di entrare in paesi “nemici”, tra i quali appunto il Libano. Solo che in Israele il divieto per i due era stato appena abbattuto contro lo stesso parere del governo.
Perché Jane Fonda non può andare nel paese dei cedri
Ala Hlehel e Adania Shibli, autori tradotti in italiano, avevano avuto il via libera da parte della Corte suprema israeliana a recarsi a Beirut per il premio. Una decisione inaspettata che è stata presa a Gerusalemme nonostante l’opposizione del premier Netanyahu e del ministro dell’Interno Yishai. Ma l’ostilità del governo libanese, assieme al silenzio dell’Unesco diretto dalla bulgara Irina Bokova, ha fatto sì che i due autori dovessero andare all’ambasciata libanese a Londra per partecipare al festival. “Come palestinese, appartengo al mio popolo, alla mia cultura, la mia lingua madre è l’arabo, così come lo sono i poeti che mi hanno formato”, ha detto Hlehel. “Io appartengo alla nazione araba”. Ma persino su questa forte rivendicazione nazionalista ha prevalso l’intolleranza nei confronti di un cittadino israeliano. L’augurio era che l’evento restasse esclusivamente una festa della cultura e della letteratura araba. La loro messa al bando fa il paio con quel vortice antisemita che negli anni ha impedito che anche in Libano, uno dei paesi più “moderati” della mezzaluna medorientale, venissero pubblicati libri come “La scelta di Sophie” di William Styron, lo “Schindler’s List” di Thomas Keneally, il saggio di Thomas Friedman “From Beirut to Jerusalem”, i libri di Philip Roth, Saul Bellow e Isaac Bashevis Singer. In pratica, tutto ciò che presenta in modo non maligno gli ebrei e Israele. Così come tutti i film di Jane Fonda, in quanto nel 1982 fece visita a Israele. La stessa cosa vale per il libro e il film “Exodus” con Paul Newman.

Da “Il Foglio”

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