Archive for maggio 2012

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maggio 31, 2012

Zolla, gli occhiali magici di un visionario razionale

maggio 31, 2012

Elémire Zolla

La sua lezione per l’oggi è nel corto circuito fra Oriente e Occidente, incanto e tecnica, metafisica ed elettronica

Marcello Veneziani per “il Giornale

Cos’ha lasciato Elémire Zolla, uscito dal mondo il 29 maggio di dieci anni fa? Ha lasciato un paio di occhiali magici per andare oltre la realtà, la vita, la storia. Occhiali magici per congedarsi dal Novecento e dall’occidente, per distaccarsi dal mondo e per cercare nella Tradizione tracce di sacro e presagi di futuro.

È curioso pensare che l’autore di Volgarità e dolore (Bompiani), che nel 1962 accusava l’industria, la tecnica e l’industria culturale in particolare, di sfregiare il mondo, violare la sua bellezza, corrompere gli animi, trent’anni dopo in Uscite dal mondo (Adelphi e ora Marsilio), si sia innamorato della realtà virtuale, «vertice e rovesciamento salutare della rivoluzione industriale».

Trent’anni prima il cinema era da lui disprezzato come Grande Corruttore e arte minore, e così la televisione; trent’anni dopo, i pixel, i pc, gli occhiali magici, generavano per Zolla una grande palingenesi da schermo: la realtà virtuale ci solleva dalla realtà volgare. La liberazione indù tramite la liberazione in 3D. Cortocircuito tra occidente e oriente, tra tecnica e magia, tra elettronica e metafisica.

Questo fu Zolla che sempre fece dell’estraneità al suo tempo, il Novecento, e al suo luogo, l’Italia, la cifra del proprio pensiero. Nella sua opera, Zolla inseguì i mistici d’occidente e i sapienti d’oriente, ritrasse aure e archetipi, si soffermò sullo stupore infantile e presentò gli hobbit di Tolkien, navigò nell’alchimia, frequentò gli sciamani e le ebbrezze dionisiache, narrò di amanti invisibili e androgini, si spinse a definire cos’è la Filosofia perenne e la Tradizione: civiltà del commento, rispetto alla modernità, che è civiltà della critica. Ma a volte poco civiltà, per Zolla, e poi la critica migliore per lui si fa all’ombra della tradizione; ci vuole un punto fermo e trascendente per giudicare.
Nonostante la sua dura critica della modernità – che però aveva punti di contatto con la scuola di Francoforte – Zolla non fu un maestro di tradizione spregiato dalla cultura e dai media, anzi scrisse per i maggiori quotidiani, pubblicò con le maggiori case editrici, ebbe cattedra universitaria alla Sapienza romana e dialogò col suo tempo e i potenti della cultura.

Non fu un Evola, e nemmeno un Guénon, e non ne subì la sorte. Duettò con Moravia come con Del Noce, pubblicò con Einaudi e Adelphi come con la Rusconi di Cattabiani. Andò perfino in tv. Una volta mi trovai con lui, ospiti di Barbiellini Amidei, a discorrere in tv del sacro nel nostro presente. Temo di averlo visto anche sul palco del Maurizio Costanzo Show. Eppure il suo itinerario resta eccezionale, nelle sue opere, nelle sue conoscenze, nei suoi amori con tre donne non comuni: prima la poetessa Maria Luisa Spaziani, poi la straordinaria Vittoria Guerrini, in arte Cristina Campo, venuta da un altro mondo e vissuta con lui per tanti anni fino alla sua morte precoce, in uno «strano rapporto», come lui stesso disse a Doriano Fasoli (Un destino itinerante, Marsilio); infine, l’orientalista Grazia Marchianò, a cui si deve una bella biografia di Zolla, Il conoscitore di segreti (Marsilio). Che fa il paio con il recente Elémire Zolla. La luce delle idee di Hervé Cavallera (Le Lettere).

Curioso pensare che sulla sua rivista, Conoscenza religiosa, Zolla, pensatore gnostico e aristocratico, abbia pubblicato, ammirato, uno scritto del santo più popolare, ruvido e miracoloso del ’900, Padre Pio: Breve trattato della notte oscura, che Zolla definì «un capolavoro, nello stile dei mistici del Seicento».
Benché accostato a Julius Evola nel nome della Tradizione e degli studi orientali, di René Guénon e di Mircea Eliade, Zolla ebbe antipatia e disagio nei suoi confronti e preferì tenersi lontano da lui e non essere assimilato alla sua demonizzazione. Pur vivendo entrambi per molti anni a Roma, neanche lontani, non ebbero contatti. Evola lo liquidò con giudizi sprezzanti (il suo libro Che cos’è la Tradizione lo definì «pretenzioso»). Zolla preferì non parlarne mai in Italia, salvo giudizi sprezzanti di passaggio (per esempio quando scrisse del massone esoterico Arturo Reghini, sodale di Evola per molti anni). Ma vent’anni fa ci capitò di scoprire e di render noto in Italia che Zolla aveva scritto pagine non del tutto critiche su Evola nella rivista americana Gnosis della Lumen Foundation. Pagine non tradotte in Italia, a differenza di analoghi profili, come quello su Reghini. Del resto, lo stesso Zolla, nel libro intervista a Fasolo, cita André Malraux che dopo aver detto di considerare Guénon la vera novità del suo tempo, aggiunse «però non bisogna parlarne»…

Se dovessimo definire il pensiero di Zolla dovremmo parlare di Gnosi e di Sincretismo, sia sul versante filosofico che religioso. Zolla non coltiva l’autorevolezza impersonale di Guénon, si avverte nelle sue pagine la sua presenza e la sua opinione, il suo stile letterario, i suoi gusti narrativi, la sua soggettività. Del resto, il sincretismo presuppone un soggetto che sceglie e combina tradizioni differenti, miscela fedi e culture diverse; assembla, rimescola, opera, come un alchimista. A volte la sua fu alchemicamente «un’opera al nero»: Zolla ha viaggiato anche all’inferno, dal suo romanzo d’esordio, ora ristampato, Minuetto all’inferno, alle pagine dedicate ai demoni e al satanismo, alla magia nera e ad alcuni aspetti «sinistri» delle tradizioni d’oriente e d’occidente. Zolla ha rappresentato nei piani alti e sacri del sapere un bisogno diffuso anche nei piani bassi e profani, nelle pieghe delle inquietudini contemporanee e nei risvolti del nichilismo di massa: fuoruscita dalla storia e dal proprio tempo, ebbrezze dionisiache ed esotiche, oracoli e oroscopi, tisane e percorsi emozionali, segni zodiacali e altre forme di esoterismo di massa, un ossimoro e una contraddizione in termini. Del resto i seguaci del Siddharta di Hesse, di Castaneda e Hillman, degli intellettuali-sciamani a metà strada tra Jung e i «lanzichenecchi del nulla», hanno uno spazio non di nicchia nell’ipermercato del nostro tempo.

Pur distante, Zolla appare in sintonia con il fiume carsico dei nostri anni e la sua ansia di oriente e nirvana. Ma i suoi occhiali magici non sono quelli di Harry Potter.

SE FOSSE PIENO DI BUCHI COME UN FORMAGGIO SVIZZERO

maggio 31, 2012

albert einstein

John D. Barrow per “la Repubblica”

Negli anni Quaranta lo studio degli universi subì una brusca battuta d´arresto. In clima di guerra mondiale, fisici e matematici furono dirottati verso campi come la messa a punto di nuove armi, la meteorologia, l´aeronautica e la crittografia. Le università non accettavano nuovi studenti e i contatti internazionali erano limitati soltanto ai più stretti alleati. Einstein si trovava negli Stati Uniti e molti altri scienziati tedeschi fuggirono in Gran Bretagna e America. L´universo non era mai parso più piccolo.
Nel 1944, Einstein scelse un nuovo assistente a Princeton. I suoi assistenti erano sempre giovani matematici di talento capaci di compensare quella che lui stesso riconosceva essere una sua debolezza in quel campo. Ernst Straus era una sorta di genio matematico. Già a cinque anni aveva cominciato a trovare interessanti scorciatoie per calcolare sequenze numeriche, escogitando un sistema che gli consentiva di sommare i primi cento numeri mentalmente in pochi secondi. Era nato a Monaco nel 1922, ma quando i nazisti andarono al potere, nel 1933, fuggì con la famiglia in Palestina, dove poi frequentò il liceo e l´Università ebraica di Gerusalemme. Non conseguì la laurea di primo grado a Gerusalemme, tuttavia nel 1941, a diciannove anni, si trasferì alla Columbia University di New York e iniziò lo stesso un corso di specializzazione.
Nel 1944 fu assunto come nuovo assistente alla ricerca di Einstein all´Institute for Advanced Studies di Princeton. Il giovane Straus non aveva una solida preparazione in fisica e, quanto alla matematica, era orientato verso la teoria dei numeri e gli argomenti di matematica “pura”, ma non impiegò molto a riempire il vuoto lasciato dalla partenza di Nathan Rosen (1935-1945) e Leopold Infeld (1936-1938). Nella primavera del 1945, professore e assistente trovarono un nuovo tipo di possibile universo usando le equazioni di Einstein. L´universo era molto simile a uno dei semplici universi in espansione di Friedmann e Lemaître: conteneva materia (come galassie) che non esercitava alcuna pressione, ma presentava regioni sferiche vuote, come buchi in un formaggio svizzero.
Ciascun buco vuoto aveva poi al suo centro una massa, di grandezza pari a quella che era stata scavata per creare il buco. Era un passo verso un universo più realistico in cui la materia non fosse diffusa in maniera omogenea con la stessa densità dappertutto, ma formasse grumi, come le galassie, distribuiti nello spazio vuoto.
Ciascun “buco” era sferico e questo nuovo universo formaggio svizzero era accolto nell´universo non uniforme di Tolman grazie a una scelta adeguata di condizioni iniziali. Come sempre, la scoperta di una soluzione esatta a una serie di equazioni complesse e difficili come quelle di Einstein significava con tutta probabilità una cosa: nella soluzione vi era qualche caratteristica semplificatrice che rendeva le equazioni trattabili. Però questo ricordava la famosa battuta di Groucho Marx, «Non desidero far parte di un club che accetta fra i soci uno come me»: qualunque soluzione delle equazioni di Einstein sia abbastanza semplice da trovare, conterrà immancabilmente una caratteristica speciale che potrebbe renderla atipica o poco interessante.
La soluzione di Einstein e Straus era semplice perché prevedeva un universo sferico e così, diversamente da quanto accadeva con l´universo cilindrico di Einstein-Rosen, escludeva la possibilità che fossero presenti onde gravitazionali. Questo indusse qualcuno a chiedersi che cosa sarebbe accaduto se si fosse riusciti in qualche modo a combinare simultaneamente tutti i vari tipi di irregolarità. La presenza di tutte quelle caratteristiche irregolari avrebbe naturalmente fatto sfumare qualsiasi speranza di risolvere le equazioni di Einstein. Tuttavia c´era un modo per dare un´occhiata a un simile universo.

Diritti Globali

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maggio 31, 2012

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maggio 31, 2012

Klsadako

maggio 31, 2012

Lovis Corinth – Temptation of St Anthony

maggio 31, 2012

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maggio 31, 2012

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maggio 31, 2012

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maggio 31, 2012

Abby Brothers – Mirage by Jason Lee Parry, Spring/Summer 2012

maggio 31, 2012

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maggio 31, 2012

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maggio 31, 2012

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maggio 31, 2012

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maggio 30, 2012

La mediocrità del male

maggio 30, 2012

Remo Bodei per “Il Sole 24 Ore

In Occidente la questione del male e della sua origine ha tormentato il pensiero filosofico e teologico almeno dai tempi di Platone e di Agostino. Eppure la chiave per rivelarne alcuni enigmi è fornita in età moderna soprattutto dalla letteratura: da I demoni e da I fratelli Karamazov di Dostoevskij fino a Se questo è un uomo e Sommersi e salvati di Primo Levi.

I temi elaborati da questi due scrittori s’intrecciano nell’ampio e profondo libro di Simona Forti con le riflessioni e le esperienze di diversi altri autori (Kant, Schelling, Nietzsche, Freud, Heidegger, Arendt, Lévinas, Foucault e Patocka) in un crescendo d’integrazione di testimonianze e idee che prelude a una soluzione originale.
L’autrice è consapevole della difficoltà di ragionare sul male con armi concettuali ormai spuntate e argomenti moralistici che non prendono sul serio la complessità, l’ambiguità e la ricchezza di sfumature delle sue manifestazioni. Come iniziale mossa teorica, si abbandonano perciò le radicate convinzioni che lo riducono a un’autonoma sostanza (magari personificata nel Maligno) o, al contrario, a un non-essere in senso platonico. Lo si lega invece, in maniera apparentemente paradossale, alla difesa della vita, la quale, una volta assolutizzata, produce il male, come accadde, ad esempio, durante il nazismo, quando la difesa della razza ariana dai “parassiti” dell’ebraismo promosse lo sterminio di milioni di uomini, trasformando la biopolitica in tanatopolitica.
Lo scandalo del male non consiste, dunque, nell’essere legato al nichilismo, alla mera distruttività o alla morte e neppure, secondo il «paradigma Dostoevskij», a un dualismo che contrappone «demoni malvagi» e «vittime assolute»: «Il male è un sistema, nel senso di un intrico di soggettività, di una rete di relazioni, le cui maglie si stringono per la complementarietà perfetta di attori e ideatori malvagi (pochi), di esecutori zelanti e convinti (anch’essi pochi) e di spettatori acquiescienti, non semplicemente indifferenti (tanti)».
Il male non è quindi eccezionale, è normale, ma non banale. Già ne I fratelli Karamazov il diavolo non compare tra tuoni e lampi in una atmosfera sulfurea, è un essere mediocre, raffreddato e affetto da reumatismi. Come ha scritto Primo Levi in Sommersi e salvati, rettificando in parte Se questo è un uomo, sono uomini non solo le vittime, ma anche i carnefici. Si tratta di uomini ordinari, «che hanno seguito calcoli e passioni che troviamo, e ritroveremo sempre, in ogni relazione di potere». Pochi sono i sadici, molti i frustrati e coloro che subiscono la fascinazione degli oppressori.
Tra le tante testimonianze di rilievo contenute in questo volume merita di essere segnalato il rinvio a un testo pochissimo noto. Si tratta del Colloquio serale in un campo di prigionia in Russia tra un prigioniero più giovane e uno più anziano, del maggio 1945. In esso Heidegger (che aveva due figli prigionieri in Russia, Jörg e Hermann) parla in maniera meno reticente del solito del male e della «devastazione». Non li considera risultato della guerra, ma l’occasione per il loro manifestarsi come “evento”, ossia come processo collettivo, intersoggettivo in cui si scontrano forze oggettive. Mettendo tra parentesi il suo desiderio di assolvere la Germania nazista dalle proprie responsabilità e il linguaggio astruso che attribuisce la malignità (Bösartigkeit) all’Essere, resta degno di attenzione l’accento posto sui meccanismi impersonali che producono il male.
Soggettivamente, peraltro, il male scaturisce dalla rinuncia da parte di molti alla propria facoltà di giudicare e di distinguere in proprio le ragioni dell’obbedienza o del rifiuto del comando. Per antica tradizione, il giudicare è considerato un atto di superbia, che nel cristianesimo è legato all’idea che ogni autorità viene da Dio. Foucault, qui citato, ricorda, a tal proposito, la Regola di san Benedetto, che descrive i monaci ambulantes alieno judicio et imperio, sempre desiderosi che qualcuno li comandi. Del resto, il giudicare è il «primo peccato commesso dai nostri progenitori, il peccato della disobbedienza» quale «vettore del male politico, quale sua efficace cinghia di trasmissione». Eppure, secondo Simona Forti, il potere in se stesso non è un male se non quando si cristallizza, impedendo così la sua circolazione anche in altri soggetti che possono, a loro volta, contrastarlo, condividerlo o mitigarlo.
Alla radice del male (ed è questo uno dei punti salienti del libro) vi è il mancato riconoscimento della compresenza del bene e del male nell’individuo. Ciò spinge la cattiva coscienza a considerare il male come una sostanza esterna e a dimenticare che anche la repressione degli istinti, su cui il bene morale si basa, è frutto di violenza («l’imperativo categorico puzza di crudeltà», diceva Nietzsche). Il male nasce, di conseguenza, dal rifiuto del soggetto «di accettare come propria e ineliminabile la spinta all’aggressività, alla distruzione, alla negazione», dalla pretesa di scegliere il bene una volta per tutte e di cancellare il male. È sulla struttura della soggettività che bisognerebbe operare per incidere sul male, diventando soggetti che si interrogano «in maniera spietata sulla propria conflittualità interna».
Nelle odierne società democratiche non dominano i «demoni assoluti», ma il conformismo e il perseguimento opportunistico dei propri piani di vita da parte degli individui: «Se è tramontata l’assolutizzazione della vita come valore di un’entità collettiva – etnia, popolo, razza – il suo posto è stato preso dall’imperativo di massimizzazione della vita del singolo, nella sua autoaffermazione sociale e soprattutto nell’ottimizzazione della qualità biologica del suo corpo …. Ci troviamo infatti immersi in funzionamenti sociali che esercitano il controllo sulle nostre vite, indirizzano i nostri comportamenti e stili di ricerca, non attraverso la limitazione o la preclusione di movimenti, non imponendo divieti e discipline … nessun potere oggi ci minaccia o ci ricatta con la violenza, e la magia dei manipolatori occulti è squadernata sotto gli occhi di chiunque abbia voglia di guardare».

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maggio 30, 2012

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Tom Wesselmann

maggio 30, 2012

Caprice De Meló | Berlin, Germany

maggio 30, 2012

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Thomas Cooper Gotch, The Lantern Parade

maggio 30, 2012

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Tripping out on the dance floor, 1960s

maggio 30, 2012

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maggio 29, 2012

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Tom Wesselmann (1931 – 2004)

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Gerda Wegener

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Bebe Buell (Liv Tyler’s mother) in unidentified photoshoot from mid 1970’s. Presumably 1974 Playboy

maggio 29, 2012

Sue Lyon photographed by Bert Stern for Stanley Kubrick’s Lolita (1962)

maggio 29, 2012

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maggio 29, 2012

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maggio 29, 2012

Carlos Nunez Photography

maggio 29, 2012

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maggio 29, 2012

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maggio 28, 2012