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Adesso anche la Chiesa “riabilita” il Gentile teologo

gennaio 17, 2012

Giovanni Gentile

Marcello Veneziani per “il Giornale

Quando il Papa-filosofo Ratzinger disse che sono più vicini a Dio gli inquieti non credenti che i devoti per routine; quando il cardinal Martini, facendo il verso al papa laico Norberto Bobbio, disse che la vera differenza non è tra chi crede e chi no, ma tra chi pensa e chi no; e quando il teologo Vito Mancuso ha sostenuto che il senso della fede dev’essere stabilito solo dalla ragione, tutta questa santa e illustre comitiva fa un incontro inconsapevole ma imbarazzante: con Giovanni Gentile. Sì, il filosofo del fascismo, ma qui la politica c’entra poco e il fascismo ancor meno. Semmai il filosofo condannato dalla Chiesa per i suoi scritti sulla religione, e questo imbarazza di più.
Potrei citare tutta l’opera gentiliana che coerentemente negli anni esprime la sua posizione su Dio e la religione. Per chi vuole approfondire c’è il corposo La religione (uscito da Sansoni nel 1965) dove sono raccolti i suoi principali scritti e discorsi sulla religione, Dio, il modernismo. Ma tra questi vi invito a leggerne almeno uno: la sua conferenza del 9 febbraio del 1943 a Firenze, La mia religione, che è il condensato del pensiero gentiliano su Dio e la filosofia. Con lo stesso titolo Miguel de Unamuno aveva scritto nel 1910 un testo mistico ed eretico. Raffrontate il discorso gentiliano con il testo di pochi mesi antecedente del suo sodale-rivale Benedetto Croce, Perché non possiamo non dirci cristiani, una riflessione limpida ma laica sulla religione, considerata più come fattore storico e morale di coesione civile, come per «gli atei devoti». In Gentile, invece, c’è uno spirito fortemente religioso, come notò Del Noce, e un’aperta professione di fede non solo cristiana ma cattolica. E tuttavia, la sua opera fu condannata dalla Chiesa, che non sbagliò dal profilo dottrinario.
Cosa sostiene Gentile? Innanzitutto notate l’approccio personale: come Mancuso premette già nel titolo del suo libro l’Io a Dio, così Gentile premise il pronome possessivo alla religione; la mia religione, il mio cattolicesimo, sempre in prima persona. In secondo luogo, Gentile ricorda alla Chiesa che lo ha condannato che fu lui quando era ministro a reinserire il crocifisso nelle scuole e l’insegnamento della religione; ma la sua idea originaria era che rimanesse nelle scuole di primo grado. Per una ragione filosofica e non didattica: perché per Gentile la religione è la filosofia per l’infanzia, è lo stadio primitivo del pensare, è metafisica per il popolo. La religione deve accompagnare i primi anni di studio, poi tocca alla filosofia. La religione, però, non deve restare in ambito privato, ma farsi pubblica, comunitaria. Sono belli e toccanti, nel discorso fiorentino, i ricordi di Gentile della sua infanzia, la fede inculcatagli della madre, la sua voce che risuona nella sua memoria; e poi del sacerdote don Onofrio Trippodo, precettore dei suoi figli, di cui ricorda una lezione: l’importante è credere in Dio, anche se ciascuno a modo suo. Due ricordi citati per rafforzare la sua idea della religione come educazione morale e spirituale puerile, impartita dalle madri, che da adulti diviene libera professione di fede. A ogni io il suo dio.
È curioso notare che nella sua conferenza Gentile rivendica il diritto, anzi la virtù, del libero pensiero nella religione. Ognuno è cattolico a modo suo, dice Gentile, niente pensiero unico imposto dalla Chiesa. La stessa cosa sostiene ora Mancuso. Gentile lo faceva richiamando la tradizione filosofica cristiana e in particolare la poligonia teorizzata da Gioberti. Peccato però che il Gentile filosofo politico contraddica il Gentile filosofo religioso e sostenga invece che la libertà del singolo qui coincide col volere universale dello Stato. Anche nei Discorsi di religione lo ribadisce: lo Stato è un solo, grande uomo e coincide con il suo popolo. Un uomo, un popolo, uno Stato. Perché lo stesso impianto monistico non vale per la religione – un papa, un’ecclesia, una dottrina e un’istituzione? La libertà che per il cittadino deve identificarsi nello Stato, non s’identifica invece per il credente nella Chiesa. La poligonia religiosa non diventa pluralismo in politica. Bella incoerenza.
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Secondo Gentile la religione nel suo grado più alto si risolve nella mistica, in cui l’io si annulla in Dio, il soggetto nell’oggetto. La filosofia realizza la sintesi tra soggetto e oggetto, tra Io e Dio; una sintesi che non si compie una volta per tutte, ma è processo incessante dello spirito. «La religione vive dentro la filosofia».

Non più dunque itinerarium mentis in deum, come voleva San Bonaventura, ma il suo contrario: itinerario di Dio nella mente, ossia nella filosofia. Il Dio di Gentile vive dentro la filosofia, che a sua volta vive nella storia dello spirito. Con altro linguaggio Heidegger aveva sostenuto un processo analogo, la religione è come in una matrioska: la divinità rimanda al sacro e il sacro abita nell’Essere. Ma lo Spirito di Gentile, l’Essere di Heidegger, come l’Uno di Platone e di Plotino, cosa sono? Forse il Dio ignoto di una nuova teologia negativa? È come la radice oscura del Dio cristiano e di ogni dio. È trascendente o immanente? Sappiamo che è nel Pensiero, pastore dell’Essere o luce dello spirito. E tuttavia quel Dio gentiliano è l’ospite inatteso evocato dal cardinal Martini, da Bobbio, da Mancuso e perfino da Papa Ratzinger. Un Dio dei pensanti, non dei credenti. Il Dio cercato dagli inquieti, dice Benedetto XVI, e così diceva pure Gentile concludendo il suo discorso: «La vita è ricerca – come poi ribadirà il suo allievo Ugo Spirito in un’opera intitolata La vita come ricerca – e se vi lascio insoddisfatti, benedetta sia l’inquietudine che vi ho data». Aprendo agli inquieti, il papa filosofo mira a ricucire non tanto lo scisma di Martin Lutero, ma l’altro scisma tedesco dell’altro Martin: Heidegger, e con lui la filosofia tedesca. A cui si abbeverò pure Gentile, nel versante idealista.
I circoli viziosi ma divini della filosofia con la teologia.

L’avanzata lenta dell’Islam sciita

gennaio 12, 2012

Sabrina Mervin per “Il Sole 24 Ore”

Fenomeni di conversione, maggiore visibilità, processi d’integrazione nazionale, posizione di forza degli sciiti: sono state queste, fino a oggi, le cause ricorrenti che hanno suscitato le reazioni della parte sunnita. Già prima degli sviluppi della crisi scoppiata in seguito alla caduta del regime baathista in Iraq nel 2003, il tenore delle controversie, a prescindere dalle circostanze, rivela una significativa continuità. Se taluni dibattiti hanno avuto luogo nell’ambito di un tentativo di avvicinamento, sono state formulate anche numerose tesi e fatwa per rifiutare il taqrîb (l’avvicinamento), come fece Ibn Bazz, mufti d’Arabia Saudita dal 1993 fino alla sua morte, nel 1999. I riferimenti degli autori sunniti sono soprattutto le opere di Ibn Taymiyya (m. 1328), il pensatore neo-hanbalita che scrisse un trattato per rispondere a un autore sciita, al-‘Allâma al-Hillî, il quale aveva fatto l’elogio dello sciismo. Ibn Taymiyya emise inoltre alcune fatwa contenenti dei punti, che saranno poi ripresi, contro coloro che egli definiva bâtiniyya e che tacciava di miscredenza (kufr) e associazionismo (shirk). Muhammad Ibn ‘Abd al-Wahhâb, fondatore del wahabismo, formulò le medesime accuse. Questi scritti polemici si basano in buona parte sulle accuse lanciate dai sunniti contro gli sciiti e le loro dottrine.  La prima accusa tocca il principio cardine dell’Islam: si rimprovera agli sciiti di non rispettare la dottrina del tawhîd, “associando” a Dio gli Imam e altri ahl al-bayt, da essi venerati. Il posto speciale che essi riservano ad Ali vale loro l’appellativo di “estremisti” (ghulât). Secondo i sunniti, gli sciiti – contrariamente a quanto affermano – non hanno accettato il Corano, che sospettano essere stato falsificato (tahrîf). Non solo, ma essi aggiungono due versetti alla vulgata: sono dunque loro i falsificatori. Inoltre gli sciiti non ammettono lo stesso corpus di hadîth dei sunniti, e ne hanno formato uno proprio. La dottrina dell’imamato (che è negata) porta gli sciiti a rifiutare la legittimità dei primi tre califfi. Non riconoscono l’autorità dei Compagni di Maometto, che insultano (sabb al-sahâba), e hanno un’immagine negativa di ‘Â’isha e di altre “madri dei credenti”. Più in generale hanno una concezione errata del periodo dei salaf. E attendono il Mahdi. Hanno introdotto innovazioni biasimevoli (bid’a), come la dottrina dell’intercessione e il culto delle tombe degli Imam e dei santi, alcuni dei quali sono più venerati della stessa Ka’ba della Mecca.

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La Sibilla del Reno dottore della Chiesa

dicembre 15, 2011

Ildegarda Bingen, mistica medievale famosa per le sue profezie riceverà il titolo  nell’ottobre del 2012 per volere di Papa Ratzinger

Andrea Tornielli per “La Stampa

Ha paragonato le sue visioni a quelle dei profeti dell’Antico Testamento, la cita spesso e le ha dedicato due catechesi all’udienza del mercoledì. L’ha additata come esempio di donna teologa, ne ha lodato i componimenti musicali tutt’oggi eseguiti, come pure il coraggio che le faceva tener testa a Federico Barbarossa al quale comunicava ammonimenti divini. Benedetto XVI è molto legato alla figura di santa Ildegarda di Bingen e intende proclamarla, nell’ottobre 2012, «dottore della Chiesa»: un titolo raro e solenne, attribuito a santi che grazie alla loro vita e ai loro scritti sono stati illuminanti per la dottrina cattolica.

La Chiesa ha riconosciuto fino ad oggi 33 «dottori», trenta dei quali uomini. Le donne nell’elenco sono soltanto tre: Teresa d’Avila, Caterina da Siena e Teresina di Lisieux, le prime due proclamate da Paolo VI nel 1970, l’ultima da Giovanni Paolo II nel 1997. Ora Ratzinger vuole aggiungerne una quarta all’elenco, invitando così le donne a seguire l’esempio della mistica renana e a contribuire alla riflessione teologica.

Ildegarda, ultima di dieci fratelli della nobile famiglia dei Vermessheim, nacque nel 1098 a Bermersheim, in Renania, e morì ottantunenne nel 1179. L’etimologia del suo nome significa «colei che è audace in battaglia», una prima profezia che si sarebbe pienamente realizzata. Votata dai suoi genitori alla vita religiosa fin da quando aveva otto anni, si fece benedettina nel monastero di san Disibodo, quindi divenne priora (magistra) della comunità femminile e, visto il numero sempre crescente di aspiranti che bussavano al suo convento, decise di separarsi dal complesso monastico maschile trasferendo la sua comunità a Bingen, dove trascorse il resto della sua vita. Fin da giovane aveva ricevuto visioni mistiche, che faceva mettere per iscritto da una consorella. Temendo che fossero soltanto illusioni, chiese consiglio a san Bernardo di Chiaravalle, che la rassicurò. E nel 1147 ottenne l’approvazione di Papa Eugenio III, che mentre presiedeva un sinodo a Treviri, lesse un testo di Ildegarda. Il Pontefice la autorizzò a scrivere le sue visioni e a parlare in pubblico. La sua fama si diffuse presto: i suoi contemporanei le attribuirono il titolo di «profetessa teutonica» e «Sibilla del Reno».

La mistica, santa per il popolo ma mai ufficialmente canonizzata, alla cui figura è dedicato il film Vision di Margarethe von Trotta, nella sua opera più nota, Scivias («Conosci le vie»), riassume in trentacinque visioni gli eventi della storia della salvezza, dalla creazione del mondo fino alla fine dei tempi. «Con i tratti caratteristici della sensibilità femminile – ha detto di lei Benedetto XVI – Ildegarda sviluppa il tema del matrimonio mistico tra Dio e l’umanità realizzato nell’incarnazione. Sull’albero della croce si compiono le nozze del Figlio di Dio con la Chiesa, sua sposa, resa capace di donare a Dio nuovi figli». Per Papa Ratzinger, che nel ricordarla un anno fa aveva incoraggiato le teologhe, è evidente proprio da esempi come quello di Ildegarda che la teologia può «ricevere un contributo peculiare dalle donne, perché esse sono capaci di parlare di Dio e dei misteri della fede con la loro peculiare intelligenza e sensibilità».

Non mancano nelle sue visioni profezie a breve termine, come quella sull’affermazione dell’eresia catara, ma anche squarci apocalittici, come quella sull’Anticristo che seminerà morte tra le genti «quando sul trono di Pietro siederà un Papa che avrà preso i nomi di due apostoli». O quella in cui fa balenare la possibilità che un musulmano convertito al cristianesimo, divenuto cardinale, uccida il Papa legittimo perché vuole il suo trono e non riuscendo a ottenerlo, si proclami antipapa.
La storia di Ildegarda attesta la vivacità culturale dei monasteri femminili dell’epoca e contribuisce a sfatare certi pregiudizi sul Medioevo. Era una monaca, teologa, cosmologa, botanica, musicista: è considerata la prima donna compositrice della storia cristiana. Sapeva governare, condannava le immoralità dei sacerdoti che con i loro peccati facevano «restare aperte le ferite di Cristo», teneva testa agli stessi vescovi tedeschi. Come pure a Federico Barbarossa, al quale fece arrivare un messaggio da parte di Dio, dopo che l’imperatore aveva nominato per la seconda volta un antipapa: «Io posso abbattere la malizia degli uomini che mi offendono. O re, se ti preme vivere, ascoltami o la mia spada ti trafiggerà».

La monaca tedesca è anche patrona dei cultori dell’esperanto, in quanto autrice di una delle prime lingue artificiali, la Lingua ignota, un idioma segreto che utilizzava per scopi mistici e si componeva di 23 lettere. È lei stessa a descriverla in un codice che contiene anche un glossario di 1011 parole in «lingua ignota».

La Congregazione per le cause dei santi, guidata dal cardinale Angelo Amato, sta concludendo lo studio dei documenti su Ildegarda. Anche se i Papi avevano permesso il suo culto in Germania – l’ultimo a esprimersi in questo senso era stato Pio XII – la mistica renana non è mai stata veramente canonizzata, perché il processo apertosi mezzo secolo dopo la sua morte venne interrotto. Si prevede perciò che Papa Ratzinger, che l’ha già più volte definita «santa» nei suoi discorsi, la canonizzi ufficialmente prima di inscriverla nell’esclusivo albo dei dottori la cui vita e le cui opere sono state illuminanti per la dottrina cattolica.

Rublëv-Giotto, l’arte del dialogo

dicembre 14, 2011

Andrea Fagioli per “Avvenire”

L’Ascensione di Andrej Rublëv sotto la cupola del “Bel San Giovanni”. L’arte dell’icona a confronto con quella del mosaico. Una delle opere principali del più potente genio pittorico della Russia approda nel Battistero fiorentino cantato da Dante e dedicato al patrono della città. Un accordo, che va ben oltre l’anno dello scambio culturale tra Italia e Russia, porta Rublëv a Firenze e fa volare Giotto a Mosca. Una bella iniziativa, denominata In Christo / Bo Xructe, che prevede l’arrivo nel capoluogo toscano di tre opere tra le più importanti dell’arte cristiana d’Oriente.

Il pezzo più pregiato resta la rammentata Ascensione di Rublëv, che arriva in Italia per la prima volta. Rarissime, infatti, le uscite dai confini russi delle opere di questo monaco artista vissuto a cavallo tra il Tre e il Quattrocento e canonizzato dalla Chiesa ortodossa russa nel 1988. Insieme all’icona di Rublëv arrivano a Firenze altre due immagini meno celebri ma altrettanto affascinanti: la Madre di Dio Odighitria di Pskov e la Crocifissione di Dionisij. Partono invece per la capitale russa la Maestà di San Giorgio alla Costa di Giotto (conservata nel Museo diocesano di Santo Stefano al Ponte) e il Polittico di Santa Reparata, eseguito dal grande pittore trecentesco insieme alla sua Bottega per quella che era allora la Cattedrale fiorentina (Santa Reparata, appunto), oggi Santa Maria del Fiore. I capolavori giotteschi saranno esposti a Mosca nella Galleria statale Tret’jakov, la più grande collezione di arte russa, in una mostra che si apre lunedì 19 dicembre alla presenza di una delegazione della Chiesa fiorentina guidata dell’arcivescovo Giuseppe Betori.

Più che uno scambio di opere d’arte sacra è dunque una rete in cui si intrecciano fili artistici, culturali e religiosi a partire dal lavoro compiuto dalla Fondazione per le scienze religiose “Giovanni XXII”, di cui è segretario lo storico Alberto Melloni, per l’edizione critica dei concili della Chiesa russa. A cui si aggiunge il fatto che le istituzioni accademiche e teologiche russe, alle prese con le questioni della traduzione della Bibbia, hanno chiesto aiuto proprio a Betori che, come biblista e segretario generale della Cei, negli anni passati ha dato grande impulso ai lavori per la versione italiana della Sacra Scrittura. Date queste premesse, l’iniziativa assume un valore ancora più grande di cui è segno evidente il luogo particolare in cui le opere russe vengono esposte a Firenze: non una sede museale, bensì il Battistero.

Non una semplice mostra quindi, ma una vera “ostensione” di icone da cui traspare la fede dei russi, più esistenziale e meno dottrinale, dove la liturgia sostiene in modo mirabile la vita del credente. Per noi occidentali non è facile capire il valore di quell’immagine sacra tipica della devozione dei cristiani d’Oriente. Ci può apparire quasi come una forma di semplice credenza popolare. In realtà l’icona ha un suo fondamento teologico: lo spiega san Paolo nella Lettera ai Colossesi quando dice che il Cristo è l’icona del Dio invisibile e che pertanto rende visibile e presente nella carne il Padre.

Da questo presupposto i cristiani orientali sono convinti che «ciò che il Vangelo ci dice mediante la parola, l’icona ce lo annuncia mediante i colori e ce lo rende presente». L’arte dell’icona, che in Russia arrivò insieme al Vangelo, è un atto di fede più che un’espressione del genio umano. Non a caso l’apertura di questa particolare esposizione, definita dagli ortodossi «un atto di carità» per averla ospitata in Battistero, è fissata per il 21 dicembre, festa di San Nicola secondo il calendario liturgico ortodosso, e la chiusura il 19 marzo, festa di San Giuseppe nel calendario cattolico. La cerimonia inaugurale prevede un momento di venerazione davanti alle icone, con la presenza di alte autorità religiose da Mosca, tra cui il metropolita Hilarion, e i canti del Coro sinodale della Chiesa russa.

Pagani nel tempio

dicembre 12, 2011

Gianfranco Ravasi per “Il Sole 24 Ore”

Da quando, su impulso di un discorso di Benedetto XVI, il Pontificio Consiglio della Cultura ha fatto partire l’iniziativa del «Cortile dei gentili», si è assistito a una fioritura di iniziative autonome in tante città, che spesso sorprendono per la loro originalità e che hanno avuto un loro suggello nell’incontro di Assisi dello scorso ottobre con Benedetto XVI. Da Bucarest a Firenze, da Tirana a Barcellona, da Stoccolma a Palermo, da Praga a Marsiglia, fino al Québec e agli Stati Uniti gli incontri si moltiplicano. Qualche polemica talvolta si accende perché alcune forme di ateismo di taglio popolare e aggressivo si sentono escluse, quasi il confronto si svolgesse solo a livello intellettuale e di «atei devoti» (questi ultimi, a loro volta, si lamentano perché si ritengono poco considerati). In verità, si sta pensando anche a una risposta a questa richiesta non di rado provocatoria perché sappiamo quanto reale sia l’audience che un simile ateismo-agnosticismo-razionalismo suscita, creando interrogativi, critiche, dubbi in molti. Su questo, però, si interverrebbe in futuro. Questa volta vogliamo proporre – sulla base di domande di alcuni lettori del nostro supplemento – una questione molto più marginale e quasi “filologica”.

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Pio XI: il fascismo «illecito» ai cattolici

dicembre 8, 2011

Pio XI

Angelo Picariello per “Avvenire

Quel giorno che Pio XI pronunciò la condanna formale del fascismo. Avvenne nel concistoro segreto del 23 luglio 1931, nel pieno dello scontro col regime sull’Azione Cattolica. Il 29 maggio c’era stata la chiusura dei circoli, che aveva indotto il Papa a promulgare l’enciclica Non abbiamo bisogno in cui parlava esplicitamente di «statolatria pagana».

Ma il Direttorio del partito invece di indietreggiare aveva assunto, il 9 luglio, un’ulteriore iniziativa sancendo l’incompatibilità fra iscrizione al fascismo e all’Azione Cattolica. Il Papa rivolto ai 22 cardinali presenti (dei 25 residenti a Roma) dichiarò a sua volta «non compatibili con la coscienza e la professione di cattolici» quei «principii contrarii alle dottrine e ai diritti della Chiesa» e «illecita la volontaria ascrizione ad associazioni e opere che tali principii hanno» e «limitano alla Chiesa il diritto di educare ossia l’Azione Cattolica». Un discorso “riservatissimo” di 13 pagine che ora l’Archivio segreto vaticano porta alla luce con una ricerca condotta da Giovanni Coco per l’Archivio di Storia pontificia della Gregoriana.

La catalogazione dell’archivio del nunzio apostolico Borgoncini Duca (oggetto di una recente pubblicazione dell’Istituto di Studi politici San Pio V) e degli appunti dell’allora segretario di Stato cardinale Pacelli, custoditi presso la Congregazione degli Affari ecclesiastici della Segreteria di Stato, si rivela una miniera. Si riesce anche a ricostruire il dibattito che in quel concistoro si registrò fra i cardinali, ancora combattuti sull’attuazione se non sulla stessa opportunità del Concordato.

Voci pubblicate dai giornali, influenzate dal regime ma purtroppo non prive di fondamento, parlavano anche a più riprese delle dimissioni di Pacelli da segretario di Stato facendo riferimento proprio a divisioni sullo scontro per l’Azione cattolica. Il Papa l’aveva voluto al posto del cardinale Gasparri, artefice principale del Concordato, anche per favorire un maggiore coinvolgimento della Curia che lamentava, con diverse sfumature, una sostanziale estromissione. Il Concistoro del 23 luglio fu un’idea anche di Pacelli.

Si riunì alle 9 e durò circa tre ore. Il Papa difese la scelta di un’enciclica a sostegno dell’Azione Cattolica, volta a originare «la pronta e imponente partecipazione dell’episcopato e dell’universo mondo cattolico al cordoglio e all’offesa del Sommo Pontefice», che l’aveva definita «pupilla degli occhi del Papa» e aveva dato via libera al Concordato anche per quell’articolo 43 che ne riconosceva il ruolo. E ora gli consentiva, dopo aver ribaltato contro il regime le accuse di massoneria nella Chiesa, di poter parlare con i cardinali del Sacro Collegio di «atteggiamento ingiusto e illegale».

Nel concistoro, annota Coco, si registrò la posizione intransigente del solo cardinale Cerretti, mentre Serafini e Rossi pure favorevoli alla rottura col regime, non si opponevano a diverse decisioni. Quella riunione segreta, preparata da una rete di colloqui coi singoli cardinali, si rivelò un capolavoro diplomatico e insieme pastorale di papa Ratti. Ricompattato il Sacro Collegio su una posizione di mediazione (rottura solo minacciata, non promulgata), la mattina dopo, il 24 luglio, ordinò al segretario di Stato Pacelli di convocare padre Pietro Tacchi Venturi e, alla presenza dello stesso Pacelli che prendeva nota, dettò al gesuita il testo del suo messaggio a Mussolini.

Lo si desume dalla successiva confidenza di Pio XI a monsignor Ermenegildo Pellegrinetti: il papa ordinò a Tacchi Venturi di «informare» Mussolini del contenuto dell’«allocuzione ai cardinali», ossia la condanna del fascismo e «probabilmente – sostiene Coco – gli diede anche copia del discorso. La sera stessa (alle 19.30), il Duce ricevette Tacchi-Venturi a Palazzo Venezia. Il gesuita lesse il messaggio e Mussolini sembrò «come percosso da inaspettato funestissimo annunzio e in sembianze e parole d’uomo addolorato all’apprensione di un estremo male imminente, prese a dare sfogo ai profondi svariati sensi che la minacciata condanna papale gli aveva suscitato nell’animo esterrefatto», leggendolo come «una vera e propria dichiarazione di guerra».

Da quel giorno il falco Dino Grandi troverà il Duce non più disponibile a seguirlo sulla linea dura con l’Ac. La trattativa riprese e il 2 settembre verrà sancito l’accordo che, pur con restrizioni, riaprì i circoli di Azione Cattolica.

Protestanti all’assalto di Roma

novembre 24, 2011

Carlo Cardia per “Avvenire

Un sogno che ha attraversato il Risorgimento, e conosce la sua consunzione nel periodo della Sinistra liberale, riguarda il tentativo di protestantizzare l’Italia. È un sogno piccolo, fatto per lo più da stranieri che sanno poco di storia e geografia, o da qualche inglese che si prende troppo sul serio, tuttavia incontra qualche consenso e suscita simpatie qua e là.

Ed è un sogno che occorre tener distinto dalla conquista della libertà religiosa che riguarda tutti i culti, e opinioni in materia religiosa. Giorgio Spini ricorda che nel cammino verso la libertà religiosa, si stabilisce un collegamento tra i valdesi delle valli piemontesi, gli evangelici toscani, le correnti liberali, al fine di ottenere libertà religiosa ed eguaglianza per tutti i cittadini. Quando, però, la libertà religiosa si afferma, il fronte si divide perché il programma missionario che tende a diffondere il protestantesimo in Italia si scontra con il movimento liberale (cattolico o laico) e con i ceti popolari che non vogliono sentir parlare di una religione diversa da quella cattolica. Un ruolo a parte è svolto dall’Inghilterra che sostiene la causa italiana per più ragioni, per motivi di equilibrio europeo, per indebolire l’Austria ed attenuare l’egemonia francese sulle terre italiane; ma si sostiene anche perché, sulla base di vecchi pregiudizi, ritiene che l’Italia possa liberarsi del cattolicesimo e quasi protestantizzarsi.

Come i cattolici sono malvisti in Inghilterra dopo la liberalizzazione del 1829, altrettanto in Italia non basta la libertà religiosa concessa dal 1848 perché i protestanti si sentano a casa loro, tanto meno realizzino i propri obiettivi missionari. Certo, la libertà religiosa concede a protestanti, ebrei, e chiunque altro, uno statuto di cittadinanza eguale per tutti, pone riparo ai torti storici subiti dai valdesi e dagli ebrei. Si aprono chiese e scuole protestanti in varie città, in Roma è eretto il tempio anglicano in via Nazionale, con una singolarità: nel mosaico del pittore Edward Burne-Jones, sant’Andrea è raffigurato con il volto di Abramo Lincoln, san Giacomo con il volto di Giuseppe Garibaldi, san Patrizio con il volto del generale Ulysses Grant, comandante delle truppe nordiste nella guerra di secessione americana.

Ma l’attività missionaria trova un muro quando si accosta al popolo, al tessuto sociale cattolico più fitto, alla stessa Italia liberale, perché i protestanti prendono atto di una realtà a loro sconosciuta: gli italiani sono rimasti cattolici, o sono diventati laici (liberali, massoni, anticlericali, non importa), ma in entrambi i casi non vogliono sentir parlare di religione protestante: i cattolici perché la considerano eretica, gli altri perché al solo sentir parlare di religione vedono rosso. L’espansione protestante si infrange contro questo blocco sociale e religioso, con episodi minori, o più gravi.

A Roma il 20 luglio 1872, nell’ambito di una manifestazione ostile agli ordini religiosi, un pastore protestante crede di poter fare propaganda per la propria fede e parla alla folla affermando che la religione è fondamento della vita civile. La folla risponde gridando: «Abbasso tutte le religioni, giù tutte le botteghe religiose», e ad un suo tentativo di replica viene sospinto dai dimostranti che tentano di buttarlo nella fontana di Trevi, ma è salvato dai carabinieri. Ben più gravi i fatti che accadono a Barletta nel 1865, quando il predicatore Gaetano Gianni prende casa per avviare l’opera di propaganda religiosa tra la popolazione.

Ma questa provoca gravi disordini che portano il 19 maggio a una specie di linciaggio con il quale sono devastati i locali della sotto-prefettura e uccise sei persone (tra cui un cattolico). L’anno successivo i giudici condannano severamente 28 aggressori. Il sogno protestante affiora, sia pur confusamente, in personalità come Francesco Crispi, il quale dichiara alla Camera nel 1866 che «il cattolicesimo finirà; ed allora il cristianesimo, che falsi ministri deturpano, purgandosi dei vizi della Chiesa romana, riprenderà l’antico prestigio e diventerà facilmente la religione dell’Umanità. Ma finché in Roma ci saranno il papa e i cardinali, finché in Roma papa e cardinali avranno un potere politico, cotesta riforma non sarà possibile».

Queste previsioni non si avverano, è sconfitto il disegno di «protestanti e massoni di tutto il mondo, convinti che, crollato il potere temporale dei papi, anche quello spirituale abbia i giorni contati». Le ragioni sono sostanzialmente due. La prima, indicata da Giorgio Spini, ha natura politica, perché «di novità in fatto di cristianesimo la Terza Italia non voleva saperne: a meno che non si trattasse del culto nuovo della Madonna di Pompei, iniziato giusto in quegli anni da Bartolo Longo e coronato subito di trionfo immenso.

Alla Destra storica l’Italia evangelica tornava sgradita in quanto ostile all’ordine tradizionale di cose: alla Sinistra restava incomprensibile e peggio per la sua ostinazione veramente assurda a preferire il Vangelo al verbo positivista o all’Inno a Satana. Non sembrava davvero che le restasse molto da fare, fuorché togliere l’incomodo e scomparire insieme a tanti altri sogni risorgimentali». L’altra ragione è più di sostanza, perché il cattolicesimo ha permeato in profondità la spiritualità e la cultura egli italiani.

Per quanto ci si impegni ad aprire chiese protestanti, e diffondere la Riforma, ci si accorge che nulla è più alieno dalla sensibilità popolare dell’individualismo nato in Paesi lontani che cancella dalla religione i segni esteriori, la consuetudine con il divino, i legami che uniscono la Chiesa alla vita quotidiana, familiare, personale; così come la venatura pessimistica protestante collide con l’ottimismo cattolico che scende nell’intimo, e rassicura la coscienza con gioiosa serenità. I passaggi ad altra Chiesa si registrano ma l’influenza protestante rimane sotto una soglia minima, quasi esistano anticorpi che salvaguardano l’anima popolare cattolica.

Cosa resta quando tutto crolla

novembre 19, 2011

Julián Carrón, da “L’Osservatore Romano

«E Dio vide che (…) era cosa buona (…) era cosa molto buona». Questa affermazione, ripetuta ben sei volte nel primo capitolo della Genesi, esprime la convinzione fondamentale del popolo d’Israele sulla realtà: è buona, anzi molto buona. Come può Israele avere una convinzione così certa della positività della realtà dopo che tutta la sua storia è stata attraversata da sofferenze, tribolazioni e travagli di ogni genere?
Questo atteggiamento sorprende ancora di più, se lo collochiamo nel contesto culturale dei popoli vicini. Infatti, l’esperienza del dolore aveva portato gli altri popoli a una ben diversa convinzione: che, cioè, la realtà non è tutta positiva. È quello che esprime il manicheismo: ci sono due principi, uno buono e uno cattivo, che si riverberano in una creazione buona e in una cattiva. Come mai questa visione manichea non ha preso il sopravvento anche in Israele? Soltanto a motivo della sua storia.
L’esperienza che il popolo d’Israele ha fatto di Dio, pur in mezzo a tutte le sue tribolazioni, è stata così positiva che non ha potuto che affermare la Sua bontà. Dio si è rivelato con tutta la sua potenza salvatrice. E da questa esperienza hanno concluso: Lui, il salvatore, è anche il creatore. C’è solo un unico principio buono all’origine di tutto. Dunque, la realtà è positiva. È stata la presenza di Dio in mezzo al Suo popolo che ha educato gli ebrei a guardare la realtà nella sua verità.
Ma quello che più colpisce è che questa positività della realtà il popolo d’Israele l’ha veramente compresa proprio nel momento della crisi. Con la perdita del tempio, della monarchia e della terra, andando in esilio, Israele è stato spogliato di tutto quanto identificava come il fondamento della sua fede. È Isaia che Dio manda in soccorso del suo popolo per aiutarlo a guardare bene la realtà che ha davanti: «Levate in alto i vostri occhi e guardate: chi ha creato tali cose? Non lo sai forse? Non lo hai udito? Dio eterno è il Signore, che ha creato i confini della terra» (Isaia, 40, 12s., 26-28).
Quando tutto crolla, c’è qualcosa che permane: la realtà e gli occhi educati per guardarla. Col volantino «La crisi sfida per un cambiamento», firmato da Comunione e Liberazione, vogliamo aiutarci a guardare la realtà a partire dalla nostra esperienza. Si tratta di un giudizio sulla situazione in cui siamo immersi, che rischia di far crollare l’Italia e l’intera Europa. Davanti a questo dato ciascuno è chiamato a prendere posizione. La chiave di volta è sintetizzata dalla frase: la realtà è positiva. Ma è vero che la realtà è positiva? Questa è la sfida che noi vogliamo lanciare a tutti, a noi per primi, perché siamo immersi in una situazione che ci offusca, per cui non riusciamo a guardare bene il reale. Con questo giudizio non offriamo un’interpretazione della crisi valida per i soli cattolici, come a dire: “per noi” la realtà è positiva, perché la compagnia, il nostro stare insieme, ci “convince” a pensare così, a consolarci così.
La nostra pretesa è che si tratti di un’evidenza che tutti possono riconoscere. Anche a questo livello ci viene in soccorso Giussani: «Una positività di fronte alla vita, alla realtà, non la induciamo dalla compagnia (sarebbe una magra consolazione), ma ci è dettata dalla natura; la compagnia ci rende più facile accettare questo, anche attraversando condizioni brutte, situazioni complesse» (Luigi Giussani, Si può [veramente?!] vivere così?, Milano, Bur, 2011, pp. 292-293).
La realtà può essere percepita come positiva perché è positiva. È ontologicamente positiva la realtà. Perché? La realtà è positiva perché c’è. Tutto ciò che esiste c’è perché il Mistero ha permesso che accadesse, provoca e mette in moto la persona, rappresenta un invito al cambiamento, un’occasione di un passo verso il proprio destino. Ogni circostanza è strada e strumento del nostro cammino: è segno. In quanto c’è, la realtà è provocazione, e quindi occasione di risveglio dell’io dal suo torpore. Perfino la crisi, perché essa urge con le sue domande.
«Una crisi — dice Hannah Arendt — ci costringe a tornare alle domande; esige da noi risposte nuove o vecchie, purché scaturite da un esame diretto; e si trasforma in una catastrofe solo quando noi cerchiamo di farvi fronte con giudizi preconcetti, ossia pregiudizi, aggravando così la crisi e per di più rinunciando a vivere quell’esperienza della realtà, a utilizzare quell’occasione per riflettere, che la crisi stessa costituisce» (Tra passato e futuro, Milano, Garzanti, 1991, p. 229).
Ma l’irriducibile positività di cui parliamo non si rivela meccanicamente, bensì solo a chi accetta la sfida della realtà, a chi prende sul serio le sue domande, a chi non retrocede davanti alle urgenze del vivere. Quante testimonianze ci sono di persone per le quali le difficoltà sono diventate occasioni di cambiamento! Ciò che è successo è stato misterioso tramite per una ripresa del proprio io e per una comprensione più profonda della natura della realtà, che si pensava già di conoscere. La realtà è positiva per il Mistero che la abita. Ma che cosa occorre per cogliere questa positività? Un uso della ragione secondo la sua vera natura di conoscenza del reale in tutti i suoi fattori. La ragione, infatti, può cogliere la realtà come “dato” vibrante di un’attività e di un’attrattiva, come provocazione, e quindi come invito.
Eppure, se ci guardiamo intorno, vediamo che purtroppo questo uso della ragione è molto raro, quasi introvabile. Se la ragione non coglie questo mistero che costituisce il cuore della realtà, l’uomo cede alla tentazione di intendere in modo sentimentale o moralistico l’affermazione: «La realtà è positiva», come se significasse che essa è desiderabile e gradita, piacevole. Come mai accade questo?
Per la nostra fragilità e per il condizionamento del contesto culturale e sociale, per il potere che ci circonda, quando s’imbatte in una realtà che mostra un volto negativo e contraddittorio, la ragione, che pure è originalmente aperta al reale, indietreggia, trema, si confonde. E la realtà, da segno che spalanca, diventa tomba in cui tutti, tante volte, soffochiamo.
Esattamente a questa situazione drammatica il Mistero, entrando nella storia, è venuto a portare il Suo contributo decisivo. Cristo è venuto al culmine della storia del popolo d’Israele proprio per questo: ridestare il nostro io perché possiamo affrontare qualsiasi sfida. Cristo non si è incarnato per risparmiarci il lavoro della nostra ragione, della nostra libertà, del nostro impegno, ma per renderlo possibile, perché è questo che ci fa diventare uomini, che ci fa vivere la vita come un’avventura appassionante anche in mezzo a tutte le difficoltà, anche e soprattutto in tempi di crisi, quando tutto diventa questione di vita o morte, per non perdere la testa e l’anima. Cristo è diventato nostro compagno, mettendoci nelle condizioni ottimali per guardare la realtà secondo la sua vera natura, e non per fare di noi dei “visionari”.
In questa situazione si capisce la rilevanza epocale della battaglia, portata avanti nell’indifferenza generale da Benedetto XVI, per la difesa della vera natura della ragione, per «allargare la ragione», per una «ragione aperta al linguaggio dell’essere», cioè per un io in grado di affrontare qualsiasi sfida. Proprio a questo livello Cristo dimostra la sua eccezionalità: restituendo l’uomo a se stesso. Perciò un uso vero e compiuto della ragione è una verifica della fede, è la documentazione potente e inconfondibile del rapporto riconosciuto e vissuto con Cristo contemporaneo a ciascuno di noi.
Il cristianesimo non si aggiunge dall’esterno, come una sovrastruttura, come un pietismo, alla vita dell’uomo, ma chiarisce, educa e salva la natura stessa dell’uomo, ferita ma non annullata dal peccato originale. Se davanti al contesto attuale non viviamo la realtà nella sua vera natura, vuol dire che la fede non è vissuta nella sua autenticità, non è fede cristiana. Allora la fede è inutile. Invece, paradossalmente, la crisi può rappresentare la possibilità di verificare la convenienza umana della fede, la sua ragionevolezza. Se noi accettiamo questo lavoro, potremo riempirci di una tale ricchezza di esperienza da poterla condividere con tutti, e scopriremo in che cosa consiste l’incidenza storica dei cristiani.

Ravasi: «Parlo di Dio anche con Twitter»

novembre 5, 2011

Il cardinale “multimediale” auspica maggiore coraggio tra i sacerdoti che spesso offrono ai fedeli una predicazione inadeguata

Antoine Maria Izoard per “La Stampa

Se c’è un esperto della Parola in Vaticano, questi è senza dubbio il Cardinale Gianfranco Ravasi. Al centro culturale collegato all’Ambasciata di Francia presso la Santa Sede – recentemente ribattezzato Istituto Francese “Centro di St. Louis”, è giunto chiaro e forte l’appello del presidente del Pontificio Consiglio della Cultura che ha inaugurato una serie di lezioni di filosofia e di teologia dal titolo “La scintilla della Parola, tra parole in frantumi”.

Di fronte a una platea di docenti e studenti, la sua è stata un’acuta dissertazione con tante citazioni, dalla Bibbia a Borges, da Ionesco a Pascal, un excursus attraverso le diverse dimensioni della parola evento creativo nella genesi, evento storico nel vangelo di Giovanni con il Verbo che si fa carne; (more…)

Il Cantico dei cantici letto dalle tre grandi fedi

novembre 3, 2011

Viviana Kasam per “Il Sole 24 Ore”

Il Cantico dei Cantici: il poema d’amore più conosciuto, più commentato, più tradotto nella Storia, e anche il più misterioso. Che cosa significa il titolo? Perché un poema così fortemente erotico è stato assunto sin dall’antichità (Concilio di Yavnè, 90 dC), nel canone dell’Antico Testamento? E come mai nelle tradizioni religiose dell’occidente, quella ebraica, quella cattolica, quella cristiana, la letteralità del testo, che descrive senza mezzi termini un amplesso, è stata “freudianamente” rimossa in favore di una interpretazione mistica spesso tirata per i capelli, così forzata nel diniego dell’evidenza da apparire quasi assurda ad un occhio laico e smaliziato?

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Gargano, il monte sacro

ottobre 15, 2011

Monte S. Angelo - Grotta del Santuario di S. Michele Arcangelo

Alessandro Beltrami per “Avvenire

Il Pizzomunno sembra una sentinella in veglia perenne. Come una spada di roccia, il bianco faraglione emerge dall’acqua all’estremo dell’arco del Gargano, davanti a Vieste. Secondo la leggenda Pizzomunno era un pescatore innamorato della bella Cristalda. Ogni giorno usciva in mare solo, e ogni volta le sirene lo attendevano al largo, ammaliate dalla sua bellezza. Ma la fedeltà di Pizzomunno era più forte delle loro voci. Al suo ennesimo rifiuto, le sirene trascinarono in mare Cristalda in attesa sulla spiaggia. Pizzomunno rimase pietrificato dal dolore. Ma, solo per una notte, ogni cento anni l’incanto si scioglie e i due giovani possono di nuovo incontrarsi. (more…)

Arabia, cristiani sommersi

ottobre 10, 2011

Chiara Zappa per “Avvenire

Il famoso poeta preislamico Labid, vissuto nella Penisola arabica tra il VI e il VII secolo, in un poema composto prima della sua conversione all’islam raccontava che, durante un viaggio dalla Mecca verso lo Yemen, avvicinandosi ad alcuni villaggi lungo la costa veniva sempre salutato dal canto del gallo e dal suono di speciali nacchere di legno usate al posto delle campane per chiamare i fedeli alla preghiera. Nei primi secoli dell’era cristiana, la fede in Gesù era ampiamente diffusa fra le tribù nomadi d’Arabia. Dalla Siria, i fedeli che percorrevano le rotte carovaniere trasmisero il loro credo fra le tribù che incontrarono costeggiando il Mar Rosso.

Le vie del Vangelo seguirono l’annuncio di discepoli e mercanti, vescovi e re. Nel cuore della Penisola arabica – e soprattutto nello Yemen, nell’attuale Oman e nei paesi e nelle isole del Golfo Persico – vivevano numerose e ferventi comunità, sorgevano monasteri ed erano state istituite diocesi.  (more…)

Religione: «Nessuna». Cade uno dei pilastri d’Israele

ottobre 3, 2011

Enrico Franceschini per “Il Corriere della Sera”

L’uomo «morto almeno due volte», come si definisce Yoram Kaniuk, che fu ferito grave nella battaglia di Gerusalemme e andò in America e ripartì con la morte nel cuore, a 81 anni è rinato a nuova vita. Precisamente la vigilia del Capodanno ebraico, quando un giudice di Tel Aviv gli ha regalato una carta d’identità nuova di zecca. Stabilendo che il più sionista degli scrittori israeliani può finalmente essere accontentato. E che in un Paese dove molti documenti ti domandano quale sia la tua fede, dove i matrimoni non religiosi sono di serie B, lui potrà essere registrato all’anagrafe con uno status mai visto: appartenente al popolo ebraico, in quanto nato da madre ebrea, eppure «senza religione».

Ebreo non ebreo: per scelta, non per il credo. Kaniuk ne ha fatto una questione di principio. Pur essendo un’icona della guerra del ’48, trenta libri tradotti in 25 lingue, le sue trame recitate al cinema da Jeff Goldblum o Willem Defoe, lo scrittore non vuole più «far parte d’un Iran ebraico», qual è a suo parere diventato Israele, «o appartenere a quella che oggi è chiamata la religione di Stato» e che secondo lui è invece utilizzata a fini politici. Quando l’anno scorso gli è arrivato un nipotino, da sua figlia che era nata da una cristiana americana e a sua volta è registrata a Tel Aviv come non ebrea, quando per il bambino ha ottenuto (a fatica) che fosse iscritto all’anagrafe «senza religione», da quel momento Kaniuk ha preteso lo stesso: ha fatto domanda al ministro dell’Interno, e di fronte al rifiuto s’è rivolto alla giustizia. Ottenendo un sì: «La libertà della religione deriva dal diritto alla dignità umana, protetto dalla Legge fondamentale — ha motivato il giudice Gideon Ginat —. La sola questione da soppesare è se Kaniuk abbia dimostrato la serietà delle sue intenzioni». E poiché tali si sono rivelate, in uno Stato democratico nulla vieta che lo scrittore viva la sua identità come gli pare. «Sono entusiasta — squilla l’ottantunenne dereligiosizzato —. È una sentenza storica: riconosce che la dignità umana basta a definirmi. E che anche in questo Paese posso sentirmi ebreo senza credere in nulla».

È una sentenza solo simbolica, dice la giurista Nicol Mahor, del Centro per il pluralismo e la ricerca religiosa: «Capita già che gl’israeliani cambino religione, convertendosi o si dichiarino atei. Qui, per la prima volta, un ebreo cancella il suo status religioso. Ma non credo che varrà come precedente: se Kaniuk alla sua età volesse risposarsi con un’ebrea, l’ultima parola spetterebbe in ogni caso all’autorità religiosa». Il sasso nella vetrata è lanciato, però. E lo dimostrano la reazione liquidatoria d’un rabbino tradizionalista, Shlomo Aviner («anche se diventa cristiano, non si sfugge: un ebreo resta ebreo, l’ebraismo è una nazionalità, non solo una fede»), o il dibattito sul sito diHaaretz fra chi considera lo scrittore un ingrato («la sola ragione per cui esiste è che è un ebreo»), chi una bandiera: «La maggioranza degl’israeliani la pensa come lui». E perfino chi addita il nostro Belpaese a modello: «Prendete l’Italia — scrive Melissa — è un Paese cattolico, ma lascia che ci vivano anche altre religioni».

Diritti Globali

Il manifesto di Küng: “Ratzinger ha fallito”

ottobre 1, 2011

Hans Kung

Dalle donne al celibato le riforme dopo gli scandali.  Il saggio del teologo Küng affronta gli abusi sessuali e la crisi del cattolicesimo. Quello che rende malata la situazione attuale è il monopolio del potere e della verità, il clericalismo, la sessuofobia e la misoginia. Il papato deve essere rinnovato, ai sacerdoti non si può negare il calore di una famiglia ed è necessaria l´ordinazione femminile

Hans Kung, da “la Repubblica”

Nella situazione attuale non posso assumermi la responsabilità di tacere: da decenni, con successo alterno e, nell´ambito della gerarchia cattolica, modesto, richiamo l´attenzione sulla grande crisi che si è sviluppata all´interno della Chiesa, di fatto una crisi di leadership. È stato necessario che emergessero i numerosi casi di abusi sessuali in seno al clero cattolico.
Abusi occultati per decenni da Roma e dai vescovi in tutto il mondo, perché questa crisi si palesasse agli occhi di tutti come una crisi sistemica che richiede una risposta su basi teologiche. (more…)

Apocalisse: Quel «vademecum» contro la degenerazione del potere

settembre 29, 2011

Enzo Bianchi per “Il Corriere della Sera”

Apocalisse, apocalittico: due termini che nel linguaggio corrente sono fortemente evocativi e sono generalmente intesi come sinonimo di catastrofe, di evento disastroso di dimensioni eccezionali, come profezia di eventi tragici o semplicemente come profezia del futuro. Nella Bibbia apocalisse (in greco apokálypsis) significa invece ri-velazione, ossia l’operazione con cui si alza il velo e di conseguenza il ricevere una conoscenza più profonda della storia. L’apocalisse consente di vedere, per dono di Dio, che nella storia si oppongono il male e il bene, la volontà di Dio e l’efficacia del Maligno, il Messia e l’anti-Messia, i credenti-giusti e gli empi-malvagi.

Al centro del libro dell’Apocalisse, quello con cui la Bibbia si chiude, sta Gesù Cristo, il Signore, che è presentato mediante l’immagine di un Agnello ucciso e risorto, vittima e vincitore, una vittima tra le vittime della storia eppure, nel contempo, un vincitore alla fine della storia, quando aprirà il Regno di Dio per l’eternità. È il paradosso cristiano, il paradosso della croce: la debolezza si mostra forza, l’abbassamento in realtà è gloria, la posizione del servo concede il vero primato, l’essere vittima fino a versare sangue è condizione di resurrezione, perché l’amore vissuto vince la morte. L’Apocalisse è dunque un libro carico di speranza per chi è ultimo, povero, oppresso dall’ingiustizia, ed è un libro che risuona come un estremo avvertimento per chi opprime, perseguita, pensa a vivere senza gli altri e contro gli altri. (more…)

Sikh, indiani padani

settembre 26, 2011

Marco Restelli per “Avvenire

In una calda mattina di fine agosto, la campagna di Cremona si è trasformata in una piccola India. Uomini con il turbante e la lunga barba, donne in coloratissime tuniche, bambini con i capelli raccolti a crocchia in un fazzoletto, sono affluiti da tutto il Nord Italia a Torre de’ Picenardi, nei pressi di Pessina Cremonese, per partecipare all’inaugurazione di un nuovo tempio sikh.

A Pessina Cremonese si aspettava l’arrivo di circa tremila sikh: ne sono giunti invece quasi seimila, per una pacifica kermesse fatta di canti, preghiere e distribuzione di cibi indiani a tutti i convenuti. Fra i quali non mancavano molti cittadini cremonesi, venuti per capire chi fossero questi indiani che da anni lavorano nelle aziende agricole (e non solo) della campagna lombarda. (more…)

Conoscere il «codice»

settembre 21, 2011

Gianfranco Ravasi per “Il Sole 24 Ore

«In Italia la Sacra Scrittura è così dimenticata che rarissimamente si trova una Bibbia». Con queste parole, nei suoi Discorsi a tavola, Lutero bollava l’ignoranza biblica dell’italiano del Cinquecento. Da allora, certo, le cose sono migliorate: in molte case di credenti e non, il testo sacro è approdato su uno scaffale, ahimè, non di rado in un’edizione di lusso e patinata che spinge più a conservarlo come fosse un soprammobile che a sfogliarlo e a leggerlo. Tuttavia, bisogna riconoscere che «il grande codice» della fede e della cultura occidentale – come Northrop Frye aveva definito la Bibbia sulla scia di un’illuminante formula coniata da William Blake – è ora ben più insediato nella comunità ecclesiale e anche in quella civile. D’altronde, è noto che se si visita una qualsiasi pinacoteca, la prima guida da compulsare è proprio la Sacra Scrittura che per secoli è stata «l’alfabeto colorato in cui hanno intinto il loro pennello i pittori», come confessava Marc Chagall. È per questo che molti intellettuali italiani, coordinati da un’associazione “laica” di studi esegetici, Biblia, si sono battuti perché un insegnamento biblico di taglio “culturale” diventasse obbligatorio anche nella scuola italiana: a essere sinceri, non sappiamo però in quale stanza ministeriale quel progetto ora riposi, dopo un recente risveglio nell’attenzione politica. Si deve, comunque, riconoscere che – anche in un Paese di scarsa lettura com’è il nostro (e la tradizione giudaica chiama la Sacra Scrittura non Bibbia, cioè «libri», ma miqra’, «lettura», analogamente al vocabolo di radice affine Qur’an, Corano) – la bibliografia di taglio biblico che entra ininterrottamente nelle librerie è immensa. Come abbiamo fatto non di rado in queste pagine, cercheremo allora di far emergere da questo fiume cartaceo qualche testo di indole generale. Ma proprio perché l’italiano medio non spasima per il libro, partiremo da un suggestivo audiovisivo che propone un viaggio nel Mondo della Bibbia dall’Antico al Nuovo Testamento. Si tratta di una serie di 8 documentari di 45 minuti ciascuno, raccolti in 4 dvd, elaborati in spirito ecumenico dalla protestante Alleanza Biblica Universale e dall’editrice cattolica Elledici, con un occhio di riguardo per la funzione didattica, ma anche con una lievità narrativa adatta a ogni tipo di fruitore. In pratica, viene offerta una varietà di percorsi nell’orizzonte storico, geografico, culturale e socio-politico nel quale la Bibbia è germogliata ed è cresciuta. (more…)

Quando un caffè aiutava la qabbalah

settembre 20, 2011

Anna Foa per “L’Osservatore Romano

Il Festival internazionale di letteratura ebraica, che si è aperto a Roma il 17 settembre e si chiuderà mercoledì 21, presenta appuntamenti importanti, quale quello con uno dei massimi scrittori israeliani, Abraham B. Yehoshua, intervistato da Marino Sinibaldi al Tempio di Adriano per un affascinante viaggio nella letteratura ebraica. Il grosso della manifestazione si svolgerà per la prima volta nelle vie intorno a Portico d’Ottavia, in quello che fu fino al 1870 il ghetto di Roma.

Leggendo i titoli dei giornali dove campeggia la parola ghetto, però, mi è venuto un dubbio: ma la gente lo sa che il ghetto non esiste più, che non solo gli ebrei non sono più obbligati a risiedervi, ma che degli edifici di allora non esiste più nulla? O pensa che sia un’espressione ebraica del tutto neutra per indicare il luogo dove abitano gli ebrei? Speriamo che la serata di martedì sera dedicata al tema dell’apertura del ghetto, nel 1870, e della sua successiva demolizione, lo chiarisca a tutti.

Comunque sia, il quartiere è in movimento, i negozi sono rimasti aperti nella notte fra sabato e domenica per un’edizione tutta ebraica della notte bianca, La notte della cabbalà. In realtà, si è trattato di un insieme di mistica, musica e cucina, ma non ha mancato di attirare visitatori soprattutto fra i non ebrei, attratti da questo termine,kabbalah, o qabbalah, che normalmente viene pronunciato come se fosse una parola sdrucciola e che viene identificato con la magia, con i numeri del lotto, con un sapere astruso e nascosto. Di qui il suo grande potere d’attrazione, che non appartiene solo a oggi, ma che ha una lunga storia.

Già nel Rinascimento italiano, i maestri della qabbalaherano ricercatissimi, e Pico della Mirandola, nel suo circolo intellettuale, ne aveva fatti venire molti, tra studiosi rimasti ebrei e studiosi convertiti, per apprendere la filosofia astrusa messa a punto dai pensatori provenzali e spagnoli del XII e XIII secolo. Del XIV secolo è il testo principale della qabbalah, loZohar, che non a caso fu stampato due volte, a Mantova e a Cremona, nel corso del Cinquecento. Tanta era la forza di attrazione di questo approccio filosofico e mistico alla religione, che a metà Cinquecento un rabbino veneziano lamentava in un suo responso che i pochi esperti della qabbalah erano sopraffatti di richieste di insegnamento dai dotti non ebrei, che in sette afferravano un dotto ebreo per la giacca supplicandolo di insegnar loro la qabbalah (il cui insegnamento ai gentili era teoricamente vietato).

Che tra notte e qabbalah ci fosse una certa affinità elettiva, d’altronde, è vero: la qabbalah introdusse nei ghetti italiani molti nuovi rituali, comprese molte veglie di studio e preghiera. Non si mangiava, come in questa notte della cabbalà, dove si è fatto spazio alla cucina, ma si introdusse una nuova bevanda, il caffè, per tener svegli i partecipanti. Non risulta però che allora a Roma queste nuove devozioni, diffusissime nei ghetti del centro-nord, incontrassero molta fortuna.

Non bisogna pensare che il pensiero cabbalistico abbia riscosso consensi unanimi nel mondo ebraico italiano e neppure che si sia esaurito nell’età dei ghetti. Molti erano i suoi oppositori: fra loro, almeno in un periodo della sua vita, il rabbino veneziano del primo Seicento Leone da Modena, l’autore del famoso libro Historia dei riti Hebraici, rivolto ai non ebrei.

Il conflitto tra fautori e negatori della qabbalah attraversa i secoli, fino alla seconda metà dell’Ottocento, in cui i due maggiori pensatori ebrei, Elia Benamozegh e Samuel David Luzzatto (Shaddal), si schierarono contro gli studi cabbalistici.

Il maggiore studioso della mistica ebraica è stato Gershom Scholem, tra i fondatori dell’università ebraica di Gerusalemme, autore di opere storiche di grande fascino sulla mistica ebraica, sul messianesimo (alla mistica strettamente collegato), e sugli intrecci fra mistica e duplicità religiosa, fra mistica e modernità. Il suo occhio è però, per quanto gli fu possibile e per quanto fermamente volle, un occhio esterno. Come il suo contemporaneo Aby Warburg (studioso di miti e di arte anch’egli ebreo), Scholem guardava ad Alessandria aggrappandosi strettamente ad Atene. Speriamo che anche oggi studiosi e divulgatori continuino a usare il suo stesso rigore.

La relazione del 5 maggio 1921

settembre 15, 2011

Il testo integrale della relazione su padre Pio datata 5 maggio 1921 e redatta da un officiale della Congregazione del Sant’Uffizio

da “L’Osservatore Romano

Chi sia il P. Pio cappuccino, residente nel convento di S. Giovanni Rotondo, in archidiocesi di Manfredonia, non è il caso di dirlo; tanto è già il rumore che si è fatto intorno a lui, alle sue stigmate cosicché del medesimo si occuparono anche i giornali. Aveva un 32 anni circa, quando verso la fine del mese di settembre del 1918, dopo la S. Messa, gli sono apparse queste stimmate: consistenti, secondo le relazioni dei medici, che le hanno visitate, in escare o croste scure al dorso e alle palme delle mani: sul dorso e alle piante dei piedi; in una croce oblunga [sic] capovolta al torace. Sembra che siano incominciate con dolore locale, e con la fuoriuscita di poche gocce di sangue: poi si formarono le pellicole brune le quali di tanto in tanto si distaccano: e quando ciò accade, sotto se ne trova già un’altra formata. Le croste sono state anche in seguito poco sanguinolenti: e specie da quella del costato.

Benchè superficiale, si è osservato un gemizio di sangue misto a siero da rimanerne talvolta inzuppati dei fazzoletti. L’attenzione del S. O. [Santo Officio] sul P. Pio venne dapprima richiamata da una relazione del P. Gemelli; il quale essendosi recato a visitarlo nel 1919, attrattovi dalla usa fama di santità riferì al S. O. le impressioni da lui riportate dalla visita: cioè che il P. Pio, uomo peraltro all’esteriore di esemplare vita religiosa, non presentava veramente alcuno degli elementi caratteristici della vita mistica, presupposto indispensabile a favore così segnalati, quali le stigmate, che anzi a lui il P. Pio era sembrato un uomo piuttosto a ristretto campo di coscienza alquanto abulico: che nel convento si era formata un’atmosfera di suggestione, nella quale venivano attratti anche molti di coloro che ivi si sono recati e che tutto considerato, egli era venuto nel pensiero che le stimmate potessero forse essere il frutto di un’autosuggestione inconsciamente prodotta dall’ambiente (e specialmente da un certo P. Benedetto ex-provinciale) in un soggetto malato, come è il P. Pio — che, ad ogni modo, atteso l’accorrere incessante di pellegrini non solo dall’Italia ma anche dall’estero a visitare il P. Pio allo scopo di troncare ogni pratica superstiziosa circa questo padre, il P. Gemelli invocava dal S. O. un accurato esame dei fatti. (more…)

L’imputato Gemelli è assolto

settembre 15, 2011

Francesco Castelli per “L’Osservatore Romano

La storia del rapporto tra Agostino Gemelli, il Sant’Uffizio e padre Pio è stata narrata negli ultimi settant’anni in modo completamente diverso da come i fatti sono realmente avvenuti. Tutti lo hanno sempre sentito ripetere: Gemelli è stato il primo persecutore di padre Pio, il suo acerrimo nemico e soprattutto la longa manus del Sant’Uffizio. Da quando questa convinzione ha preso piede, è stata ripetuta infinite volte, al punto da diventare un cliché di cui nessuno o quasi sino a oggi ha mai dubitato. Gemelli e il Sant’Uffizio avrebbero in molti modi dato da soffrire al santo del Gargano.

Invece la recente apertura degli archivi del Sant’Uffizio ci ha messo di fronte a un dato a dir poco sorprendente, anzi eccezionale. Perché, mentre i documenti d’archivio ci svelano oggi come andarono realmente i fatti nel delicatissimo ventennio 1918-1938, essi ci mostrano anche quale ruolo ebbe realmente Agostino Gemelli in tutta la «vicenda Padre Pio». Un ruolo del tutto marginale.

Ma andiamo con ordine. Tutto ebbe inizio tra i due il 18 aprile 1920, quando Gemelli — per sua stessa ammissione — si recò da padre Pio «attrattovi dalla sua fama di santità». Lo accompagnava Armida Barelli, determinata a chiedere al frate del Gargano se Iddio avrebbe benedetto la nascente Università Cattolica del Sacro Cuore (a questa domanda padre Pio risponderà di sì). (more…)

Ha senso la “parola di Dio” nella vita quotidiana di oggi?

settembre 7, 2011

San Gerolamo, il Padre della Chiesa nonché traduttore della Bibbia, in un celebre dipinto di Caravaggio, conservato alla Galleria Borghese di Roma

Monaci, teologi e biblisti di diverse fedi si confrontano in un convegno che si apre questa mattina a Bose

Silvia Ronchey per “La Stampa

Che cos’è la «parola di Dio»? Per i cristiani, da sempre, quella contenuta nei «libri» (biblia ) del Libro per eccellenza: la Bibbia. Il cristianesimo è una Religione del Libro. Ma confrontarsi con questo Libro gigantesco, travolgente e insieme scomodo, ostico, misterioso, è fin dagli inizi della tradizione cristiana un’impresa tutt’altro che semplice. Alla cerniera tra la fine del medioevo e l’inizio dell’età moderna è proprio dall’esigenza di «criticare» il Libro — ossia di costituire un testo filologico della Bibbia disponibile a tutti dopo l’invenzione della stampa — che nascono gli immensi conflitti scientifici e anche teologici tra studiosi cattolici e riformati da cui peraltro nascerà la filologia stessa come metodo. D’altro canto la prassi di una lettura personale del Libro e la necessità di una sua interpretazione individuale, in senso spirituale, era già affiorata prepotentemente fin dai primi secoli dell’età bizantina, nella vita ascetica e nella cultura monastica, nei versi di Efrem il Siro come nei detti dei Padri del Deserto. Ed era continuata in quel fondamentale filone della letteratura cristiana che è l’esegesi biblica. I Padri della Chiesa vi si erano misurati senza eccezione, creando, nelle magnifiche opere letterarie in cui interpretavano e commentavano ora l’uno ora l’altro dei libri della Bibbia — dall’Exaemeron ai Salmi, da Giobbe al Cantico dei Cantici — alcuni dei capolavori assoluti della letteratura di tutti i tempi. (more…)

La road map di Matthew Paris

settembre 6, 2011

Alessandro Scafi per “L’Osservatore Romano

Lo spazio è importante quanto il tempo; e la cartografia vale quanto la cronologia. Ne era ben consapevole Matthew Paris, storico e cronista ma anche abile artista e cartografo dell’Inghilterra del Duecento, attivo nell’abbazia benedettina di Saint-Albans. Matthew pensò bene di corredare le sue cronache storiche con un itinerario figurato da Londra ai luoghi santi.

L’Iter de Londinio in Terram Sanctam (di cui ci restano quattro versioni, conservate a Londra e a Cambridge) è una road map medievale, una lunga striscia di carte figurate e immagini di città cucite in successione. La fascia, che combina rappresentazioni cartografiche, topografie cittadine e testi in inglese, anglo-normanno e latino, sembrerebbe raffigurare un viaggio scandito attraverso soste intermedie, con il calcolo delle distanze e dei giorni di percorrenza. (more…)

Teatro dell’indicibile

settembre 4, 2011

da “L’Osservatore Romano

Nell’esperienza dei santi sia dell’Antico che del Nuovo Testamento traspare una sublimità difficilmente traducibile in parole o in immagini. Isaia vide «il Signore seduto su un trono alto ed elevato» circondato da serafini che proclamavano «Santo, santo, santo è il Signore, Dio degli eserciti! Tutta la terra è piena della sua gloria» (Isaia, 6,1-3), e Ezechiele «una grande nube e un turbinio di fuoco», con in mezzo «un balenare di metallo incandescente» e carboni ardenti simili a torce che sprigionavano bagliori, nonché quattro esseri animati ed alati ciascuno con una ruota che si muoveva su quattro direzioni (Ezechiele, 4-17). Daniele, «mentre era a letto, ebbe un sogno e visioni nella sua mente» (Daniele, 7,1), in cui vide, tra molte altre cose, un vegliardo assiso il cui trono «era come vampe di fuoco con le ruote come fuoco ardente» davanti a cui venne presentato «uno simile a un figlio dell’uomo» a cui furono dati «potere, gloria e regno» su tutti i popoli, nazioni e lingue «un potere eterno che non finirà mai» (Daniele, 7,9-14).

Giovanni, l’autore dell’Apocalisse, similmente vide «uno simile a un figlio dell’uomo» i cui capelli erano «candidi, simili a lana candida come neve» e i cui occhi «erano come fiamma di fuoco» (Apocalisse, 1,12-14). (more…)

Dal Talmud a Internet, è dolce il naufragare

settembre 1, 2011

Elena Loewenthal per “La Stampa”

Tanto nel tempo quanto nello spazio, l’ebraismo ha da sempre un bislacco senso dell’orientamento: il mondo si estende verso quattro irraggiungibili angoli, che in ebraico sono detti «venti» (nel senso di folate, non di numero). Il tempo, dal canto suo, scorre lungo una linea ma ha anche un andamento circolare: in tale doppia, forse inconciliabile dimensione, il passato ci sta di fronte mentre il futuro è alle spalle, come insegna anche l’ Angelus Novus di Walter Benjamin. Nello spirito ebraico spazio e tempo si confondono, si scambiano i ruoli in un continuo ripensare se stessi. Spesso si dice infatti che per duemila anni gli ebrei hanno abitato il tempo e non lo spazio, la storia invece della geografia. Sparso ai quattro angoli del mondo e cacciato di qua e di là dai capricci dell’esilio, il vero territorio esistenziale del popolo d’Israele sono stati i libri. Sotto l’angusta porzione di cielo che concedevano le mura dei ghetti, gli ebrei hanno vissuto dentro, sopra i libri.

In questa geografia alternativa fatta di pagine e parole, c’è un luogo che ha un posto centrale, che tutto divide per unire: è il Talmud , parola ebraica che significa «oggetto di apprendimento» e indica la cosiddetta « Torah orale», cioè l’immenso corpus di discussioni rabbiniche intorno all’altra Torah , quella «scritta», quella per antonomasia – il Pentateuco . Il Talmud ha anche altri nomi, più o meno confidenziali. Ma è, come viene detto in ebraico, soprattutto un «mare»: yam ha-talmud . (more…)

Chiesa di fede e di governo

agosto 29, 2011

Gianfranco Ravasi

Gianfranco Ravasi per “Il Sole 24 Ore

Chiesa e Stato (o società): quante analisi e discussioni si sono avviluppate e ingarbugliate attorno a questo binomio. E i colori dei discorsi il più delle volte si sono fatti accesi e le tonalità squillanti. Tanto per esemplificare gli estremi cromatici: «La Chiesa è lo spietato cuore dello Stato», scriveva Pasolini in un poemetto della Religione del mio tempo (1961), mentre Martin Luther King, nella Forza di amare (1968), ribatteva: «La Chiesa non è la padrona o la serva dello Stato, bensì la sua coscienza». C’è, poi, un altro equivoco da schiodare nell’opinione comune, ossia l’equazione d’identità Chiesa-Clero, con esiti spesso fieramente polemici, come già accadeva a Machiavelli che, intingendo la penna nel curaro, scriveva queste righe nei suoi Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio: «Abbiamo con la Chiesa e con i preti noi Italiani questo primo obbligo: di essere diventati senza religione e cattivi»! (more…)

Duecento anni per riscrivere la Bibbia

agosto 26, 2011

Francesco Battistini per “Il Corriere della Sera”

GERUSALEMME — E Mosè disse: l’Altissimo disperse il genere umano «secondo il numero dei figli di Dio». Disse proprio così, nel Deuteronomio. Il numero dei figli di Dio. Ovvero tante divinità, non una sola. Un elemento di politeismo. Questo sembrano raccontarci oggi i Rotoli del Mar Morto, i più antichi manoscritti della Bibbia. Ma questo non ci tramandarono i masoreti, gli scribi che verso la fine del primo Millennio rilessero, ridiscussero, corressero il Vecchio Testamento. Si capisce: il politeismo era un concetto incompatibile, inaccettabile, insostenibile nel canto di Mosè. E allora, zac: invece d’interpretare, di dare una lettura teologica a quel passaggio, meglio tagliare, sbianchettare con un po’ di monoteismo. E ricopiare in un altro modo: «Secondo il numero dei figli d’Israele», settanta come le nazioni del mondo, diventò la versione giunta fino a noi. Un ritocchino: «Come ne sono stati fatti parecchi — dice il biblista Rafael Zer della Hebrew University di Gerusalemme —. Per i credenti, la fonte della Bibbia è la profezia. E la sua sacralità rimane intatta. Ma noi studiosi non possiamo ignorare una cosa: che quelle parole sono state affidate agli esseri umani, sia pure su iniziativa e con l’accordo di Dio. E di passaggio in passaggio, gli errori ci sono stati e si sono moltiplicati…». (more…)

La Guerra Fredda e il monastero

agosto 22, 2011

Enzo Bianchi per “Avvenire

Fin dai primi anni della mia vita a Bose, la mia naturale passione per i viaggi – una passione del resto tardiva: fino all’adolescenza ero quasi terrorizzato dal dover uscire dal mio Monferrato natale – si è orientata verso monasteri antichi e nuovi in cui scoprire le comuni radici e cogliere il senso di tradizioni e differenze. La nostra avventura di vita comunitaria a Bose era appena avviata, con le asperità e gli entusiasmi propri di ogni inizio: con il nostro lavoro faticavamo a procurarci il necessario per vivere dignitosamente nelle poche case abbandonate e prive di energia elettrica e di riscaldamento, eppure non ci facevamo mai mancare almeno un viaggio “monastico” ogni anno – Francia, Spagna, Belgio, Germania e Svizzera – per coltivare i rapporti fraterni con abazie benedettine e trappiste o con le allora giovani comunità di Taizé e Grandchamp. Ma non solo: l’Europa orientale mi affascinava, era una terra di cui avevo imparato a conoscere le ricchezze spirituali che cercavo di tradurre, anche letteralmente, per la nostra cultura e il nostro vissuto ecclesiale occidentale. Ma era anche una terra che viveva la cattività comunista e in cui i cristiani conoscevano la persecuzione… (more…)

Dall’Iraq alla Palestina, riprende vita il Cammino di Abramo

luglio 25, 2011

Chiara Zappa per “Avvenire

Abramo è riconosciuto come il comune patriarca da tre miliardi e mezzo di fedeli al mondo: ebrei, cristiani e musulmani. È lui, l’«Amico di Dio» – al khalil come è definito dalla tradizione islamica -, a unire in una sola eredità spirituale le tre grandi religioni monoteiste. Le diverse civiltà, quindi, oggi possono ritrovare punti di incontro e di dialogo proprio camminando sui passi del padre Abramo. Letteralmente. (more…)

Bibbia e Corano, i tabù da superare

luglio 6, 2011

Samir Khalil Samir, da “Avvenire

Oggi, nel mondo musulmano, il Corano non è oggetto di confronto, non viene assolutamente rimesso in discussione. Alcuni ricercatori musulmani, il più delle volte formati o residenti in Occidente, azzardano qualche interrogativo sulla redazione del Corano, ma incorrono immediatamente nella condanna delle autorità religiose. Il problema dello spirito critico è un problema reale. Tutto quanto riguarda la religione è ancora tabù: è vietato discuterne e lo è ancora di più se si tratta del Corano o della tradizione maomettana; Maometto, la sua vita, ciò che ha fatto e ciò che ha detto, sono tuttora tabù. (more…)

Scola a Milano, la rivincita del vescovo di Cl

giugno 19, 2011

Il patriarca di Venezia pronto a succedere a Tettamanzi. Nel 1970 fu cacciato dalla diocesi ambrosiana: per “settarismo”. Obbediva solo a don Luigi Giussani e non riconosceva altre autorità

Gianni Barbacetto per “Il Fatto

“Per la Chiesa ambrosiana sarà un trauma. Se davvero Angelo Scola sarà scelto come prossimo arcivescovo di Milano, sulla diocesi più grande del mondo, l’arcidiocesi di Giovanni Battista Montinie di Carlo Maria Martini, piomberà un macigno. Non riesco a crederlo possibile: sarebbe, anche per il clero ambrosiano, uno strappo culturale e pastorale lancinante”.

Chi manifesta queste preoccupazioni, a condizione di aver garantito l’anonimato, è un personaggio che ha avuto un ruolo nella storia della diocesi di Milano. Con lui, sono molti i preti e i laici impegnati nelle strutture ecclesiali che sono seriamente allarmati per il possibile arrivo di monsignor Scola nella curia di piazza Fontana. Sarebbe la grande rivincita: fu cacciato dalla diocesi di Milano nel 1970, tanto che dovette andare a farsi ordinare sacerdote a Teramo, e ora tornerebbe nella Chiesa di Ambrogio da trionfatore.
L’attuale arcivescovo, Dionigi Tettamanzi, a settembre si ritirerà in pensione. Il candidato favorito a sostituirlo è il patriarca di Venezia Angelo Scola, che gode della fiducia di papa Benedetto XVI. (more…)

La pugnalata ai «Versi satanici»

giugno 16, 2011

Ettore Capriolo

Vent’anni fa veniva accoltellato a Milano Ettore Capriolo, traduttore di Rushdie. I conflitti di religione e la necessità di mediare tra le culture

Marco Ventura per “Il Corriere della Sera

Vent’anni fa, Ettore Capriolo era già uno dei più noti traduttori italiani dall’inglese. Solo negli ultimi tempi, aveva tradotto per Mondadori La tamburina di Le Carré e Fiesta di Hemingway. Dal 1989 Capriolo era soprattutto il traduttore dei Versi satanici di Rushdie, il libro che era costato all’autore anglo-indiano e ai suoi editori la celebre fatwa di Khomeini: ogni «intrepido musulmano» sappia che solo la morte può ripagare il sacrilegio; ogni «islamico fervente» esegua al più presto la sentenza capitale. I riflettori si puntarono su Rushdie, la star. Ma nessuno di coloro che avevano avuto a che fare col volume era al riparo. Il 3 luglio 1991 Ettore Capriolo ricevette nella sua abitazione milanese di via Curtatone un sedicente iraniano interessato ad una certa traduzione. Dopo aver invano chiesto il recapito di Rushdie, l’uomo aggredì Capriolo: lo prese dapprima a pugni e poi, estratto dalla giacca un coltello, menò fendenti al torace, al collo, agli avambracci e al volto, prima di dileguarsi.

Nove giorni dopo, l’inviato del «Corriere», Paolo Chiarelli, trovò Capriolo convalescente a casa, il braccio destro ingessato. Era stato necessario un intervento di ricostruzione di un tendine, si era scoperta una lesione all’occhio. Nell’intervista, la normalità di Capriolo sfidò l’eccezionalità dell’evento. Il traduttore parlò delle spese sostenute per la porta blindata, il sistema d’allarme, le cure; del lavoro di traduzione interrotto. Della Mondadori «che si è fatta viva soltanto in ospedale con un mazzo di fiori e un biglietto firmato dal suo presidente»; di Rushdie che «dal suo bunker protetto da decine di guardie del corpo non ha avuto il buongusto di mandare un telegramma». L’editore e l’autore prosperavano. Il traduttore pativa. Poche ore prima, dall’altra parte del mondo, in un ascensore dell’Università di Tsukuba, veniva ucciso Hitoshi Igarashi, il traduttore giapponese dei Versi. (more…)

Tutti i colori del giudaismo

giugno 14, 2011

Gianfranco Ravasi per “Il Sole 24 Ore”

Se volessimo adottare una suggestiva immagine orientale, potremmo dire che la cultura ebraica è come un diamante: è unica ma ha molte facce. Una di questa sfaccettature va sotto la tassonomia scolastica di “giudaismo”, una classificazione generica che tenta di abbracciare un arco storico molto variegato che procede dall’epoca successiva all’esilio babilonese (VI secolo a.C.) e avanza fino all’era ellenistica e oltre. Una pluralità diacronica che non può essere compressa in un’unica sincronia tematico-ideale, come spesso si è fatto. Ecco, allora, ulteriori suddivisioni: ad esempio, una recente raccolta di saggi di uno dei nostri maggiori ebraisti, Paolo Sacchi, Tra giudaismo e cristianesimo, ha come sottotitolo «Riflessioni sul giudaismo antico e medio», laddove già brilla una demarcazione che non è solo cronologica. Essa, infatti, si rivolge a un passato glorioso, s’affaccia su un orizzonte intermedio, ma si proietta con lo sguardo anche verso il giudaismo intertestamentario ove ormai si è insediato con la sua potenza il Nuovo Testamento e il suo corteo di apocrifi che fanno da contrappunto a quelli giudaici antecedenti. (more…)

I Catari leggenda fatta di spirito

giugno 10, 2011

Gianfranco Ravasi per “Il Sole 24 Ore

In una primavera limpida e ventosa del 1317, lungo la strada per Pamiers nella Linguadoca francese che correva tra le montagne del Sabartès, avanzava un personaggio forte e segaligno, il cisterciense Jacques Fournier, destinato a diventare vescovo di quella città. Una ventina d’anni dopo, nel 1334, questo figlio di mugnaio sarebbe stato eletto ad Avignone, durante la celebre “cattività”, papa col nome di Benedetto XII. Con la rudezza che lo contraddistingueva, aveva reagito così nei confronti dei cardinali elettori: «Ma fratelli, che cosa avete fatto? Avete eletto un asino!». Il suo desiderio era quello di riportare la Sede apostolica a Roma, ma l’opposizione di Filippo di Valois e dei cardinali, abituati ai dolci ozi di Avignone, aveva frustrato il sogno di questo monaco divenuto papa, ma rimasto nell’anima e nello stile di vita un fervido credente e un asceta. (more…)

La causa copta in Egitto

maggio 31, 2011

Original Version: Copts’ cause is a cross

La Chiesa copta nell’Egitto post-Mubarak è divisa tra i timori nei confronti degli estremisti salafiti e il dibattito sul ruolo che essa deve avere per i cittadini copti egiziani – scrive  Gamal Nkrumah,  giornalista egiziano di origini ghanesi, esperto di questioni africane. da “Medarabnews

***

La principale minaccia alla stabilità politica dell’Egitto all’indomani della rivoluzione del 25 gennaio sembra essere la deteriorata relazione fra cristiani copti e musulmani laici da un lato, e  i salafiti dall’altro. I cristiani copti dell’Egitto sono estremamente preoccupati. La ragione del loro sconforto risiede nell’improvvisa comparsa dei salafiti sulla scena politica.

La Chiesa copta ortodossa ha goduto di notevoli privilegi e di un’ampia tolleranza non ufficiale, risultato di un accordo di scambio tra la Chiesa copta e il regime dell’ex-presidente Hosni Mubarak, sin da quando quest’ultimo fece rilasciare il papa copto Shenouda III, incarcerato nel 1982. La comunità degli esperti, i cristiani copti, e i musulmani, ritengono che papa Shenouda III sia stato, da allora, infinitamente grato a Mubarak.

Papa Shenouda ha esortato i copti ad interrompere immediatamente le proteste in corso di fronte alla sede della televisione di stato. Precedentemente, aveva loro raccomandato di astenersi dal radunarsi in piazza Tahrir durante i giorni elettrizzanti della rivoluzione del 25 gennaio; e li aveva supplicati di non cimentarsi con la politica. (more…)

Una fede di padre in figlio

maggio 23, 2011

Gianfranco Ravasi per “Avvenire

L’emblema per eccellenza della fede cristiana è affidato proprio a una «generazione», quella che corre tra il Padre e il Figlio, un filo paterno-filiale animato dall’amore che è lo Spirito Santo. Potremmo, perciò, dichiarare che «in principio» c’è la generazione, cioè nell’eternità stessa della trascendenza divina si compie incessantemente quell’evento che si riprodurrà – sia pure con le debite differenze – anche nell’umanità. Il generare è, quindi, la grande analogia per parlare del Dio trinitario.

E questa generazione è professata nel Credo per il Cristo che «è generato e non creato, della stessa sostanza del Padre». Se questa è la suprema radice della fede cristiana, si ha però uno sviluppo successivo nell’Incarnazione, quando la solenne genealogia che apre il Vangelo di Matteo si avvia verso quella meta fondamentale: «Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo» (1,16). Come si ha la generazione ab aeterno nel mistero dell’intimità divina, così si ha una maternità divina e una generazione nella storia.  (more…)

Tagore, una voce in mano a Dio

maggio 6, 2011

Gianfranco Ravasi per “Il Sole 24 Ore

«Ho ricevuto il mio invito alla festa di questo mondo; la mia vita è stata benedetta. I miei occhi hanno veduto, le mie orecchie hanno ascoltato. In questa festa dovevo solo suonare il mio strumento musicale: ho eseguito come meglio potevo la parte che mi era stata assegnata. Ora ti chiedo, Signore: è venuto il momento di entrare e di vedere il tuo volto?». Era ormai al tramonto della vita quando Rabindranath Tagore scriveva questa sorta di testamento, convinto però che la morte non era una soglia spalancata sull’abisso del nulla, ma un portale aperto sull’infinito e sull’eterno, per un incontro ultimo e definitivo con Dio: «Là le vecchie parole muoiono e nuove melodie sgorgano dal cuore, i vecchi sentieri si perdono e appare un nuovo paese meraviglioso». Settant’anni fa, il 7 agosto 1941 nella cittadella dello spirito da lui fondata a Santiniketan in Bengala, moriva questo celebre poeta e guru o maestro spirituale, che era nato centocinquant’anni fa a Calcutta, il 6 maggio 1861. (more…)

Così eleggemmo papa Ratzinger

maggio 1, 2011

Dal diario segreto di uno dei partecipanti al conclave emerge per la prima volta la vera storia che portò Benedetto XVI alla guida della Chiesa. Al terzo scrutinio, l’argentino Bergoglio sembrava in grado di bloccarlo. Ma poi…

ANTICIPAZIONE: in occasione dell’uscita del primo numero de I Classici di Limespubblichiamo questo articolo tratto dal volume (trovate gli altri articoli solo su carta)

Lucio Brunetti, da “Limes

«Domenica 17 aprile. Nel pomeriggio ho preso possesso della camera alla Casa Santa Marta. Posati i bagagli ho provato ad aprire le persiane, perché la stanza era buia. Non ci sono riuscito. Un mio con fratello, per lo stesso problema, si è rivolto alle suore governanti. Pensava si trattasse di un inconveniente tecnico. Le religiose gli hanno spiegato che le persiane erano state sigillate. Clausura del conclave… Un’esperienza nuova, per quasi tutti noi: su 115 cardinali solo due hanno già partecipato all’elezione di un papa»…

Inizia così il diario di un autorevole porporato che nel suo quaderno ha appuntato non solo impressioni e notazioni di colore ma anche l’esito delle quattro votazioni che hanno portato all’elezione di Benedetto XVI. Un documento di cui, ovviamente, non possiamo svelare l’autore: ne siamo venuti in possesso grazie al rapporto di fiducia che ci lega da anni alla nostra fonte. (more…)

Jung risponde a Giobbe

aprile 28, 2011

Gianfranco Ravasi per “Il Sole 24 Ore

Anni fa, trovandomi a Zurigo, mi feci condurre lungo le sponde del lago omonimo fino alla cittadina di Küssnacht che s’affaccia sia su quello specchio d’acqua sia sulle Alpi dei Quattro Cantoni. Là io ero venuto soprattutto per dare uno sguardo alla casa ove Carl Gustav Jung aveva a lungo vissuto ed era morto il 6 giugno 1961 (era nato a Kesswil nel 1875). Se ben ricordo, mi impressionò una scritta latina apposta sulla facciata che recitava: Vocatus atque non vocatus, Deus aderit. Dio, quindi, era considerato sempre presente sia che l’uomo l’avesse invocato o meno, chiamato in soccorso, interpellato o ignorato. Echeggia in queste parole una battuta profetica isaiana citata dall’apostolo Paolo nella Lettera ai Romani, da lui considerata come emblematica della sua dottrina sul primato della grazia divina che precede ed eccede l’azione umana: «Isaia arriva fino a dire: Io, il Signore, sono stato trovato anche da quelli che non mi cercavano, mi sono manifestato anche a quelli che non mi invocavano» (10,20). (more…)

Quell’uomo sfigurato spezza il delitto-castigo

aprile 20, 2011

Gianfranco Ravasi, L. Alonso Schokel per “Il Sole 24 Ore

Durante il pranzo ufficiale che lo scorso 25 marzo il Gran Cancelliere della Sorbona di Parigi, Patrick Gérard, mi aveva offerto in quell’Università al termine dell’evento inaugurale del «Cortile dei Gentili» per il dialogo tra credenti e non, ho avuto occasione di incontrare anche uno dei maggiori studiosi attuali di Pascal. A un certo punto, parlando della temperie della società contemporanea, egli ha iniziato a citare a memoria uno dei Pensieri, il 693 del l’edizione Brunschvicg, che anch’io ricordavo, ma del quale non immaginavo la potenza espressiva. Ecco, desidererei ora evocarne qualche riga, perché è la via più diretta per introdurre la particolare riflessione tematica che vorrei proporre alle soglie di questa Pasqua. (more…)

Moneta del potere, genealogia della libertà

marzo 30, 2011

Gianfranco Ravasi

Gianfranco Ravasi per “Il Sole 24 Ore

Il termine “laico”, nonostante l’attuale accezione dominante, ha sostanzialmente una genesi “religiosa” (designava, infatti, il semplice fedele “popolare” – da laós, in greco “popolo” – rispetto alla gerarchia ecclesiastica). Per impostare il discorso sulla laicità è legittimo risalire a una scena evangelica, così nota da diventare proverbiale. È l’unico pronunciamento direttamente politico di Gesù. Egli viene provocato dai suoi avversari a intervenire sulla questione fiscale, ossia sul tributo imperiale da versare da parte dei cittadini dei territori occupati da Roma. La replica di Cristo è lapidaria: «Ta Kaisaros apodote Kaisari kai ta Theou Theo», «rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio» (si può leggere l’episodio sia nel Vangelo di Matteo, sia in quello di Marco o di Luca).

Risposta tagliente e a prima vista netta nel tracciare una linea di demarcazione che dovrebbe esorcizzare ogni teocrazia (la shari’a musulmana, per la quale il codice di diritto canonico diventa il codice civile, non è evangelica) e ogni cesaropapismo. Tuttavia, il discorso è più sofisticato e complesso se si tiene conto della parabola in azione che si consuma attorno a quella frase. Cristo, infatti, argomenta tenendo tra le mani simbolicamente una moneta con l'”immagine”, l’icona (eikon in greco) del l’imperatore, simbolo evidente della politica e dell’economia, alla quale viene riconosciuta una sua autonomia, un campo di esercizio proprio, una sua capacità e indipendenza normativa. (more…)

Atei di statura, televisivi e liquidi

marzo 28, 2011

Gianfranco Ravasi per “Il Sole 24 Ore

In viaggio nell’Irlanda del Nord, Giulio Giorello, giunto a sera in una cittadina di campagna, chiese ospitalità per la notte a una famiglia. Subito scattò la domanda: «Cattolico o protestante?». «Per trarmi d’impiccio, risposi: Ateo!». Un attimo di silenzio perplesso, poi, un’altra domanda: «Sì, ma ateo cattolico o ateo protestante?». Questo divertente ma significativo apologo che il filosofo milanese racconta in apertura al suo Senza Dio, pubblicato qualche mese fa da Longanesi e già recensito su queste pagine da Remo Bodei, mi fa venire in mente una coppia di dichiarazioni di due filosofi dai percorsi differenti. (more…)

Se il sì al referendum diventa un obbligo religioso

marzo 24, 2011

Poco dopo l’annuncio dell’esito positivo della consultazione elettorale il sermone, tradotto, che è stato tenuto in una delle moschee di un quartiere popolare cairota. Da leggere e commentare

Marco Hamam per “Limes

Il 19 marzo scorso in Egitto si è svolto il referendum per le modifiche costituzionali. Con la vittoria dei voti favorevoli con il 77%, hanno vinto anche i Fratelli Musulmani e i gruppi salafiti che avevano invitato a votare “sì” (quindi ad accettare le modifiche costituzionali) in quanto obbligo religioso (wāgib šar‘ī).

L’obbligo non era votare, ma votare “sì”. La vittoria di tale opzione  ha infatti accorciato l’attuale periodo di transizione a guida dei militari e ha spianato la via per le elezioni parlamentari nelle quali, nelle attuali condizioni, i gruppi islamici si aspettano di avere la maggioranza.

Per assicurarsi il trionfo del “sì”, molti appartenenti alle organizzazioni islamiche si sono piazzati fuori dai seggi per spiegare ai cittadini, in fila per votare, che votando “no” sarebbero andati all’inferno.

Il commento più eloquente sulla vittoria elettorale dei gruppi islamici in Egitto è quello dello šayḫ salafita Muḥammad Ḥusayn Ya‘qūb, pubblicato sul suo sito personale,al-Rabbaniyya, che ha un grande seguito negli ambienti islamici salafiti egiziani.

Il video ritrae la ḫuṭba (il sermone) tenuta nella moschea al-Hudā nel quartiere popolare cairota di Imbāba, poco dopo l’annuncio dei risultati.

Limes vi offre la traduzione esclusiva del video della ḫuṭba postelettorale lasciando il commento ai lettori.

Il video:

Cari in Dio, mi sono giunte buone notizie. Ha vinto il sì! [dal pubblico: Dio è grande!] Dio è grande! Questa è stata una ġazwa [termine che indica le battaglie e le razzìe guidate dal profeta dell’islam oppure battaglie di conquista associate con l’espansione dei territori islamici].  (more…)

Il cristianesimo semplice del pakistano Bhatti

marzo 6, 2011

Enzo Bianchi per “La Stampa

Di fronte a eventi tragicamente ordinari – come un omicidio politico in un Paese ad alta tensione terroristica – le reazioni possono essere fondamentalmente di due tipi: o si lascia che l’emozione di un momento scivoli via in un’amara assuefazione oppure si accetta che la vicenda scombini tanti luoghi comuni del nostro pensare e interpretare le situazioni attorno a noi e nel mondo più vasto.

Un elemento che molti considerano assodato per un Paese di antica cristianità come il nostro è, per esempio, il fatto che il cristianesimo, nella sua declinazione cattolica, abbia una dimensione “popolare”, sia in un certo senso quasi connaturale all’Italia. Una compenetrazione che un tempo si misurava sul numero dei «praticanti» e la percentuale di battesimi e di matrimoni in chiesa e che ora trova parametri più aggiornati nel numero degli «avvalentisi» dell’insegnamento della religione cattolica, dei firmatari dell’otto per mille a favore della chiesa cattolica oppure nella disponibilità a seguire gli insegnamenti del magistero sulle tematiche eticamente più sensibili. (more…)

La confessione degli ultimi catari

gennaio 12, 2011

Franco Cardini per “Avvenire

Tra XII e XIII secolo, l’Europa rischiò di mutar profondamente la propria anima cristiana. Avrebbe forse continuato, se le cose fossero andate altrimenti da come andarono – e sarebbe potuto accadere – a ispirarsi al Cristo: ma si sarebbe trattato in realtà di qualcosa di molto diverso dal Gesù di Nazareth che conosciamo attraverso il Vangelo. Per comprendere la portata di quegli avvenimenti bisognerebbe forse risalire al III secolo e al profeta mesopotamico-persiano Mani, che ispirandosi a un cristianesimo profondamente permeato della cultura religiosa mazdea – che era allora la religione ufficiale dell’Impero persiano – elaborò un sistema che si sarebbe incontrato più tardi con il neoplatonismo e che consisteva nel ritenere l’universo percorso incessantemente dalla forza di due principii, quello della Verità, della Luce e del Bene e quello della Menzogna, dell’Oscurità e del Male: l’uno signore dello Spirito, l’altro padrone della Materia.  (more…)

Là dove la Bibbia incontrò la scienza

gennaio 9, 2011

Lorenzo Fazzini per “Avvenire

La sua prima sede fu un ex mattatoio di macellai turchi in quella che sarebbe diventata Nablus Road. Oggi splende come una delle istituzioni culturali più vive non solo di Gerusalemme ma di tutto il Medio Oriente: fucina di unità fra fede e ragione, matrice dell’edizione della Bibbia più tradotta al mondo, uscita nel 1956 e tradotta in italiano nel ’74. Compiuti i 120 anni di vita, l’École biblique et archeologique française di Gerusalemme «spera di vivere altri 120 anni», spiega l’attuale direttore, il domenicano Hervé Ponsot. Il 26 dicembre l’emittente France2 ha trasmesso in diretta dal convento di Saint-Etienne nella Città santa la celebrazione di questo importante anniversario. La scuola nasce nel 1890 dal genio di padre Albert Lagrange, domenicano come i conduttori di questo centro d’elite culturale.
A originarla è l’appello di Leone XIII che nella sua enciclica Providentissimus Deus (1893) spingeva per un’esegesi che rispondesse alle accuse razionaliste al testo scritturistico. Lagrange, specializzatosi a Vienna in lingue orientali, parte per i Luoghi santi per inaugurare una Scuola la cui eccellenza venne presto riconosciuta dallo Stato francese: «Già nel 1920 – annota Ponsot – Parigi ne volle fare la sua rappresentanza ufficiale in Terra Santa e così la Scuola divenne ‘francese’». (more…)